
Il problema è che non ci stupiamo più noi
BeneventoCronacaCiò che più inquieta, oltre al caso in sé, è la sua normalizzazione “purtroppo si sa che funziona così”. Eppure, in questa storia, una nota diversa c’è. Ed è quella rappresentata dal coraggio e dal senso di legalità del denunciante, che ha scelto di non piegarsi.
Alle volte non è il fatto in sé — gravissimo, ci mancherebbe — a preoccupare davvero. È la reazione. O, per meglio dire, la rassegnazione dell’opinione pubblica.
È il caso dell’arresto di Gennaro Santamaria, accusato di concussione per aver — secondo l’accusa — chiesto una corposa “mazzetta”, si parla di 70 mila euro, per facilitare o sbloccare una pratica amministrativa rimasta, per qualche motivo, ferma.
“Apprendo con stupore”, ha dichiarato il sindaco di Benevento, Clemente Mastella. Parole accompagnate dalla doverosa condanna delle condotte contestate e dal richiamo, sacrosanto, al principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva.
Nulla di sorprendente. Una reazione istituzionale, in fondo, prevedibile. Così come prevedibili sono state le prese di posizione della politica cittadina, tra maggioranza e opposizione, con queste ultime pronte a chiedere conto di quanto accaduto.
Eppure il punto non è — o non è soltanto — lo stupore del sindaco. Il punto è che non ci stupiamo più noi. Non si stupisce la cittadinanza. Non si stupisce, più in generale, il cittadino italiano.
E sia chiaro: non è solo il caso Santamaria, che al netto delle dinamiche del fatto, deve ancora vedere una sua definizione. È un meccanismo più profondo, un’abitudine che sembra essersi radicata nel tessuto sociale. Sappiamo che è sbagliato, sappiamo che è illecito, sappiamo che è inaccettabile. Ma, allo stesso tempo, lo consideriamo quasi normale. Una prassi. Qualcosa con cui siamo costretti a convivere. Ed è proprio questa la parte più inquietante. Non il singolo episodio, ma la sua “normalizzazione”.
Eppure, in questa storia, una nota diversa c’è. Ed è quella rappresentata dal coraggio e dal senso di legalità del denunciante, che ha scelto di non piegarsi, di non accettare quel meccanismo, ma di esporsi e raccontare. Un gesto tutt’altro che scontato, che dimostra come un’alternativa esista ancora.
Perché quando l’illegalità smette di indignare e comincia semplicemente a essere registrata, archiviata, digerita, allora il problema non è più solo di chi sbaglia. Diventa un problema collettivo.
E forse è proprio qui che bisogna avere il coraggio di fermarsi. Di chiedersi quando abbiamo iniziato ad accettare tutto questo. Quando lo stupore ha lasciato spazio all’abitudine.
Perché una comunità che non si indigna più è una comunità che rischia di perdere il senso stesso del limite. Ma una comunità che trova ancora la forza di denunciare, di reagire, di non voltarsi dall’altra parte, dimostra che quel limite può ancora essere difeso. E che, forse, non tutto è perduto.