I partigiani sanniti: storie di coraggio e “liberazione”

I partigiani sanniti: storie di coraggio e “liberazione”

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Figli del Sannio, Martiri d’Italia: il contributo dei partigiani sanniti alla Liberazione nazionale.

C’è una storia che a Benevento conoscono in molti: quella del bombardamento del Duomo e della Basilica della Madonna delle Grazie (leggi QUI), il vuoto spettrale di una città ferita dalle bombe del ’43.

Ma esiste anche un’altra storia, poco raccontata dai libri di scuola e minacciata dalla polvere del tempo: quella di una comunità che, all’indomani dell’8 settembre 1943 – quando il maresciallo Pietro Badoglio annunciò alla radio l’armistizio di Cassibile, sancendo la resa dell’Italia – non si limitò a piangere i suoi morti, ma scelse di reagire, di imbracciare i fucili.

Nel Sannio, il 25 Aprile non è una ricorrenza “importata” dal Nord, ma una ferita aperta che porta i nomi di chi scelse la resistenza al silenzio.

I volti del sacrificio
Mentre la città giaceva tra le macerie, il contributo sannita alla lotta partigiana andava ben oltre i confini della provincia. Fu una partecipazione diffusa, spesso affidata all’iniziativa di singoli uomini che combatterono lontano dalla propria terra, o a episodi di rivolta locale esplosi nell’immediatezza dell’armistizio. Una trama di coraggio individuale e ribellione collettiva che, pur frammentata, contribuì a scrivere anche qui una pagina di Resistenza.

Il nome di Maria Penna Caraviello, nata tra le nostre mura, brilla oggi di una luce dolorosa: staffetta e combattente, venne catturata e fucilata a Firenze nel 1944. Un martirio che fa il paio con quello di Francesco Pepicelli, il maresciallo di Sant’Angelo a Cupolo che finì nel massacro delle Fosse Ardeatine. Nomi pesanti, che testimoniano come il sangue beneventano sia stato linfa vitale per la nascita della Repubblica.

Guerriglia tra i monti
Ma la Resistenza fu anche un fatto di zolle e di boschi locali. Subito dopo l’armistizio, la provincia divenne un inferno per gli occupanti. A Morcone e in Valle Caudina la rappresaglia nazista fu la risposta rabbiosa a una popolazione che non voleva più obbedire. Centinaia di civili vennero uccisi per aver tentato di reagire alle requisizioni naziste della 26 Panzer-Division (la 26ª Divisione corazzata).

Sabotaggi, binari saltati, imboscate: nelle zone interne, figure leggendarie come il ventenne dugentese Giuseppe Gisondi, meglio noto come il partigiano “Bosco”, coordinavano una resistenza di fango e silenzio che fiaccava le truppe tedesche in ritirata.

Oggi Benevento celebra la Liberazione tra le pietre del centro storico. Ma ricordare il 25 Aprile significa fare uno sforzo in più: significa capire che la democrazia, nel Sannio, non è arrivata solo con i carri armati alleati, ma è stata preparata dal coraggio di chi ha saputo dire “no” quando dire “sì” sarebbe stato molto più facile.

Questi nomi non sono solo passato. Sono la nostra carta d’identità di cittadini liberi.

Foto di repertorio