
Benevento, Floro Flores: “Non volevo fare l’allenatore, è stata una vocazione viscerale”
Benevento CalcioCalcioL’allenatore del Benevento ha rilasciato una lunga intervista a Sky Calcio Unplugged parlando della promozione in Serie B della Strega e non solo. Di seguito le parole di Antonio Floro Flores:
SULLA STAGIONE DELLA PROMOZIONE: “E’ successo tutto all’improvviso, velocemente. Una chiamata del Presidente, dall’oggi al domani, mi ha dato la possibilità. La chiave è stata il Presidente, che ha avuto il coraggio di mettermi sulla panchina di una squadra e di una società importante. Per fortuna i momenti difficili sono stati pochi da quando sono entrato, ho fatto solo 2 sconfitte e 17 risultati utili. E’ andato tutto bene, non mi aspettavo un risultato così ma qualche difficoltà in più. Ho avuto una squadra di grandi uomini e grandi giocatori che hanno messo a disposizione tutto per aiutarmi“.
vSULLA SCELTA DI FARE L’ALLENATORE E SUI ‘MITI’: “Tutto volevo fare, tranne che l’allenatore. Stando nel calcio negli ultimi anni ho vissuto male da calciatore, volevo staccare totalmente con il calcio e con tutto. Con la testa ormai stavo male. Poi a Bari è arrivato Grosso, mi piacevano le idee che aveva e come impostava gli allenamenti. Non ero d’accordo con le sue interazioni, ma mi piaceva la metodologia. Ho iniziato a vedere le partita in modo diverso ed è arrivata questa vocazione viscerale di cui non potrei fare a meno. Mi piace più fare l’allenatore che il calciatore, vivo per il calcio e voglio imparare ogni giorno. Nessuno dei miei allenatori mi ha lasciato niente perché non volevo fare questo in passato, ero io ad avere altre idee in testa“.
SUL FIGLIO ARMANDO: “Ha molte più qualità tecnica e visione di gioco di me, è un giocatore a 360° e con la testa sulle spalle. E’ molto esigente da sé stesso, purtroppo lo vedo poco perché gli impegni sono tanti. Andrò domenica a vederlo“.
SULLE SUE IDEE DI CALCIO IN UNA GRANDE SQUADRA: “Parlo per quello che ho vissuto io. Amo la metodologia di Maresca e Guardiola, ma trasmetterla è la cosa più difficile. Quando io sono arrivato il Benevento giocava col 3-4-3, ma non potevo cambiare totalmente modo e pensiero. Per due settimane ho lasciato la metodologia che aveva la squadra prima, poi abbiamo perso e ho cambiato. Appena arrivato abbiamo vinto 3-1 contro il Monopoli, non mi sembrava giusto levare certezze ai giocatori che dal mio punto di vista stavano andando alla grande. Intanto osservavo i giocatori e provavo un altro modulo, se potevo fare un 4-2-3-1 o un 4-3-3: volevo dare un’impronta e un’idea mia, ma prima dovevo studiare i giocatori che avevo a disposizione. Noi dobbiamo essere bravi a non mettere in difficoltà i giocatori, siamo noi a doverci adattare. Oggi i giocatori sono cambiati, vogliono un dialogo e sentirsi tutti importanti: noi siamo stati bravi a far sentire importante chi giocava meno, che poi sono quelli che ti fanno vincere i campionati. Ho trovato una squadra predisposta al sacrificio, anche chi giocava meno, ma la bravura degli allenatori deve essere adattarsi ai suoi giocatori. Questa squadra aveva il 4-2-3-1 nelle corde, c’erano Manconi e Tumminello che potevano giocare trequartisti. Fortuna, bravura… bisogna mettere tutto insieme“.
SUL SUO RAPPORTO CON LO SPOGLIATOIO: “L’empatia per me è fondamentale, entro in spogliatoio ma non per sentire se le cose vanno bene o male ma soltanto perché mi piace ridere e scherzare. Mi piace allenare i giovani, sono il futuro del calcio italiano. Dobbiamo avere coraggio e valorizzarli, senza pensare solo al risultato. Il risultato è importante per me, ma se avviene attraverso il gioco. Preferisco morire con le mie idee e non con quelle degli altri“.
SUL DOVE SI VEDE TRA 10 ANNI: “Sono ambizioso, mi vedo dove stavo (Serie A, ndr)“.
Foto: Screen Sky