Europa, partecipazione, comunità locali, aree interne e nuove forme di cittadinanza sono stati al centro di “Costruiamo l’Europa di domani”, evento finale del progetto Erasmus+ YES I AM, che si è svolto sabato scorso a Roma presso Esperienza Europa – David Sassoli. L’incontro, organizzato dal Think Tank Give Back Giovani Aree Interne in collaborazione con la cattedra Jean Monnet Com4T.EU (Communicating for Transitions in Europe) dell’Università di Torino, ha riunito rappresentanti delle istituzioni europee e locali, università, associazioni, studiosi e giovani impegnati nei territori, con l’obiettivo di approfondire il rapporto tra Europa e comunità locali e discutere delle prospettive di partecipazione, sviluppo e rigenerazione delle aree interne.
Nel corso dell’appuntamento è stato presentato l’Handbook “YES WE ARE! Teorie e pratiche dalle aree interne”, e tra i contributi presenti nella pubblicazione anche quello della sannita Maria Beatrice Fucci, Responsabile Ricerca di Futuridea, con il testo “Semi di futuro nei solchi dell’abbandono”.
Nel suo intervento a Roma, Fucci ha sottolineato la necessità di superare una lettura delle aree interne fondata esclusivamente su indicatori demografici e sulla contrapposizione tra centro e periferia, per riconoscere invece il valore produttivo, sociale e trasformativo di questi territori.
“Il mio contributo all’Handbook nasce proprio dall’intreccio tra i miei due ambiti di lavoro: la ricerca e il contatto quotidiano con il territorio e con le persone che in quel territorio vogliono restare. Il punto di partenza è semplice: è necessario sostenere nuove attività produttive, tante e fortemente connesse alle risorse, alle potenzialità e ai bisogni delle comunità. Attività capaci di rivitalizzare il tessuto socio-economico delle aree interne con un effetto moltiplicatore superiore alla loro semplice somma. Quando parliamo di aree interne – ha proseguito Fucci – troppo spesso parliamo soprattutto di numeri: percentuali di territorio, popolazione che diminuisce, distanza dai servizi essenziali. Ma dietro quei numeri ci sono territori che attraversano tutta la penisola, dall’Arco alpino alla dorsale appenninica fino ai rilievi delle isole. Territori che uniscono l’Italia e che non possono essere considerati semplicemente marginali. Se continuiamo a definirli tali, il rischio è che su di essi non si investa, alimentando una spinta migratoria che appare sempre più come una scelta obbligata anziché come un’opportunità”.
Per la Responsabile Ricerca di Futuridea, la sfida passa soprattutto dalla capacità trasformativa delle comunità e dei giovani. “Sono soprattutto i giovani ad avere il vero potere trasformativo e dobbiamo creare le condizioni perché possano scegliere di restare o di rientrare. Servono strategie di sviluppo locale capaci di produrre cambiamenti duraturi, reali e misurabili. E per farlo bisogna partire dall’ascolto dei bisogni specifici delle comunità e dei territori, migliorando anche la collaborazione tra attori pubblici e privati. Oggi, nella maggior parte dei casi, le politiche rivolte alle aree interne non sono sufficientemente conosciute e condivise dalle comunità che dovrebbero beneficiarne”.
Da qui la domanda centrale: come trasformare un territorio da luogo di partenza a luogo di possibilità?
“Restare e rientrare diventano scelte realmente possibili – ha spiegato Fucci – solo quando un territorio riesce a valorizzare tutte le proprie risorse: quelle evidenti e quelle nascoste, quelle già attive e quelle che attendono di essere valorizzate. E per valorizzare le risorse servono idee. Il centro, allora, non è necessariamente geografico: è generativo. È il luogo in cui le persone si connettono, dialogano, fanno nascere idee e hanno la possibilità di trasformarle in iniziative, anche imprenditoriali”. In questa prospettiva, assume un ruolo decisivo il capitale produttivo. “Quando un territorio perde il proprio capitale produttivo, perde anche la possibilità di trattenere le persone, di farle rientrare e di costruire futuro. È il capitale produttivo che permette a un giovane di immaginare un futuro, a una famiglia di costruire un progetto di vita, a una comunità di mantenere i servizi essenziali. Nelle aree interne, quindi, il capitale produttivo ha un valore sociale altissimo”. Fucci ha richiamato anche l’esperienza di “Resto al Sud” come esempio di politica pubblica capace di produrre effetti concreti sulla permanenza e sul rientro delle persone nei territori. Per il futuro, però, serve un ulteriore salto di qualità. “La direzione è buona, ma bisogna aumentare il passo. Non si deve semplicemente restare o rientrare in un indistinto Sud: bisogna poter scegliere di restare o rientrare nelle aree interne del Sud. E chi rientra non porta con sé soltanto una persona in più. Porta competenze, reti, visioni maturate altrove. Porta un capitale produttivo che può contribuire a rigenerare territori fragili. Questo capitale va riconosciuto, sostenuto e accompagnato”. Da qui la proposta di strumenti realmente calibrati sulle specificità territoriali, attraverso una fiscalità capace di compensare i maggiori costi derivanti dalla marginalità.
“Chi decide di vivere, lavorare o investire nelle aree interne – ha sottolineato Fucci – dovrebbe ricevere un compenso fiscale per i maggiori costi derivanti dallo svantaggio territoriale. Non un privilegio, ma una compensazione equa. Penso a una pressione fiscale ridotta per le nuove attività che si insediano nei comuni delle aree interne, a crediti d’imposta per gli investimenti produttivi, ad agevolazioni contributive per le nuove assunzioni, a incentivi abitativi per il recupero delle abitazioni abbandonate e per i servizi di prossimità e a una fiscalità giovanile particolarmente favorevole per le imprese fondate da under 35”.
La conclusione guarda quindi a un nuovo paradigma per le politiche territoriali: non politiche calate dall’alto, ma strumenti capaci di liberare energie già presenti nelle comunità.
“Le aree interne non chiedono scorciatoie: chiedono condizioni per esprimere ciò che già sono. Chiedono infrastrutture immateriali, reti di collaborazione, percorsi di empowerment che permettano alle persone di restare, tornare e costruire. Chiedono strumenti capaci di trasformare risorse e capitale sociale in valore economico. È da qui che dobbiamo ripartire per costruire territori che non siano più percepiti come luoghi da cui partire, ma come luoghi in cui è possibile immaginare e realizzare il proprio futuro”.
Aree interne, i Vescovi: “Dare continuità a un cammino nato dal basso”
Dare continuità a un cammino nato dal basso, rafforzare il confronto tra i Vescovi e mettere a fuoco proposte capaci di incidere concretamente sulla vita dei territori. Sono le prospettive emerse dall’incontro dedicato alle Aree interne, conclusosi oggi, 1° settembre, a Benevento, presso il Centro “La Pace”, con la riflessione del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI.
Il tradizionale appuntamento ha permesso di fare un bilancio di quanto fatto a partire dal 2021 e – grazie agli spunti offerti dalla relazione introduttiva di Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno – di evidenziare che “non è più tempo di pensare una azione pastorale avulsa dalle dinamiche territoriali, economico-sociali e culturali che interessano i nostri fedeli e le nostre comunità”, facendo eco anche all’espressione, “semplice ed efficace”, di Leone XIV, il quale ha ribadito che “l’annuncio cristiano ha un’intrinseca dimensione sociale” (Magnifica humanitas, n. 42).
A dare concretezza alla riflessione sono state anche le buone prassi condivise durante i lavori. Le esperienze di L’Aquila, Forlì e Cagliari hanno mostrato, da prospettive differenti, come la ricostruzione del tessuto comunitario, la corresponsabilità dei laici, la collaborazione con le istituzioni e la promozione del lavoro possano dare risposte alle fragilità delle Aree interne. Esperienze diverse, accomunate dalla capacità di attivare le risorse locali, creare alleanze e avviare processi in grado di generare fiducia e nuove opportunità.
Nella seconda parte del Convegno, i Presuli si sono confrontati sul modo in cui dare continuità ed efficacia al ricco percorso, che ha assunto, nel corso degli anni, uno spessore nazionale. I Presuli hanno ritenuto utile proseguire il loro impegno: a tal fine è stato designato un gruppo di tre Vescovi (Mons. Felice Accrocca, Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno; Mons. Benoni Ambarus, Arcivescovo di Matera-Irsina e Vescovo di Tricarico; Mons. Marco Prastaro, Vescovo di Asti), in rappresentanza delle diverse aree geografiche del Paese, col compito di individuare, insieme alla CEI – che in questi anni è stata sempre attenta alla problematica, con la presenza costante e con il progressivo coinvolgimento di alcuni suoi Uffici –, temi, forme e luoghi del prossimo Convegno.
“Appaesati”: venerdì a Reino una riflessione sul futuro delle aree interne
Venerdì 4 Settembre alle ore 18:00, nella Sala Consiliare del Comune, la presentazione di “Appaesati. Storie di ordinaria ruralità” con i curatori Luca Di Lello e Pierluigi Reveglia. L’incontro nell’ambito della 44ª Festa dell’Emigrante – “Rotte che si incontrano”
Sarà questo il cuore dell’incontro in programma Venerdì 4 Settembre, a partire dalle ore 18:00, presso la Sala Consiliare del Comune di Reino, dove verrà presentato il volume “Appaesati. Storie di ordinaria ruralità”, con la partecipazione dei curatori Luca Di Lello e Pierluigi Reveglia.
L’appuntamento si inserisce nel percorso della 44ª Edizione della Festa dell’Emigrante – “Rotte che si incontrano”, portando all’interno del progetto una riflessione quanto mai attuale sul destino delle aree interne italiane, sullo spopolamento e sulle possibilità di costruire nuovi modi di produrre, abitare e vivere i territori rurali.
Ad introdurre e moderare l’incontro sarà il Consigliere Comunale Gianluca Maiorano. Sono previsti i saluti istituzionali del Sindaco di Reino Antonio Calzone, cui seguiranno gli interventi dei curatori Luca Di Lello e Pierluigi Reveglia.
“Appaesati” nasce da un progetto originale che mette in relazione strumenti e linguaggi differenti: un podcast che diventa libro, voci parlate che diventano parola scritta, per raccontare senza retorica la condizione delle aree interne, la loro tangibile decadenza ma anche le possibilità di rinascita.
Alla base c’è un paradosso voluto: utilizzare un linguaggio contemporaneo come il podcast per restituire solidità alla parola scritta e, attraverso entrambe le forme, tornare a interrogare uno dei luoghi fondamentali dell’identità italiana: il paese. Come scrive Rossano Pazzagli nel volume, «L’Italia è, fondamentalmente, un Paese di paesi». È da questa consapevolezza che prende forma un racconto capace di andare oltre tanto l’immagine nostalgica del borgo quanto una narrazione esclusivamente legata all’abbandono.
Promosso da un gruppo di giovani attivi intorno alla Biblioteca Diocesana San Tommaso d’Aquino di Piedimonte Matese e alla Fondazione San Bonaventura di Napoli, il progetto raccoglie le voci di qualificati studiosi per affrontare, in maniera semplice e diretta, alcune delle questioni decisive per il presente e il futuro dei territori rurali italiani.
Lavoro, scuola, tradizioni, mercato, cultura, stili di vita, giovani e pari opportunità diventano prospettive diverse attraverso le quali osservare i paesi contemporanei, le loro fragilità e le opportunità ancora da costruire.
Ne emerge una narrazione che non vuole essere rassegnata né consolatoria: partire dalla realtà dello spopolamento e della progressiva perdita di servizi e opportunità per interrogarsi sulle condizioni necessarie a restituire centralità ai paesi come comunità. Una riflessione che trova nel Fortore un luogo particolarmente significativo.
Qui il tema delle aree interne incontra infatti quello dell’emigrazione, delle partenze e dei ritorni che attraversa l’intera 44ª Festa dell’Emigrante. Parlare del futuro dei piccoli paesi significa inevitabilmente interrogarsi anche sulle ragioni per cui si parte, sulle condizioni che potrebbero consentire di restare e sulla possibilità, per chi è andato via, di immaginare un ritorno.
Andarsene. Tornare. Restare. Le tre traiettorie simboliche di “Rotte che si incontrano” diventano così, nell’appuntamento di Reino, domande concrete sul futuro delle comunità delle aree interne. Da qui il passaggio dallo spaesamento all’appaesamento: non un ritorno nostalgico a ciò che i paesi erano, ma la ricerca di nuovi modi per renderli ancora luoghi nei quali sia possibile costruire vita, relazioni e futuro.
L’appuntamento è per Venerdì 4 Settembre alle ore 18:00 presso la Sala Consiliare del Comune di Reino. La cittadinanza è invitata a partecipare. La “44ª Edizione della Festa degli Emigranti – Rotte che si incontrano” è realizzata nell’ambito dell’Accordo per la Coesione della Regione Campania e finanziata con la Delibera CIPESS n. 70/2024 – Area tematica 06 Cultura.
Aree Interne, Nardone (Futuridea): “Serve una svolta, ecco le mie 10 proposte per salvare i territori”
“Le aree interne stanno perdendo abitanti, giovani, servizi e futuro. Ma dobbiamo avere il coraggio di cambiare paradigma: lo spopolamento non significa che un territorio scompare”. È il messaggio lanciato da Carmine Nardone, presidente di Futuridea, che rilancia con forza il tema del futuro dei piccoli comuni e delle aree interne italiane, proponendo dieci misure concrete per fermare il declino demografico, economico e sociale di territori che rappresentano una parte essenziale dell’identità e della ricchezza del Paese. “Un paese può avere pochi abitanti e continuare ad avere montagne, boschi, strade, sorgenti, campagne, biodiversità e paesaggi da custodire. Quel territorio continua a produrre valore per tutta la collettività e non può essere trattato come se valesse meno solo perché ha meno abitanti”.
Da qui la proposta di una nuova politica nazionale per le aree interne. Primo: cambiare i criteri dei trasferimenti pubblici. “Non possono essere calcolati soltanto sulla base del numero degli abitanti. Serve una quota legata alla superficie territoriale, alla montuosità, alla distanza dai servizi e alla fragilità del territorio”. Secondo: istituire un Fondo nazionale permanente per le aree interne. “Non servono interventi occasionali, frammentati e spesso incapaci di produrre continuità. Serve una politica strutturale, con risorse certe e durature”. Terzo: introdurre vantaggi fiscali per chi vive, lavora e investe nei piccoli comuni. “Chi sceglie di restare e chi decide di investire in questi territori deve essere sostenuto concretamente”. Quarto: cambiare le regole per la scuola. “Pochi bambini non possono significare nessuna scuola. La scuola non è soltanto un servizio: è un presidio di comunità, un luogo intorno al quale un paese continua a vivere”. Quinto: garantire sanità, trasporti e servizi essenziali anche dove gli abitanti sono pochi. “Non può esistere un’Italia di serie A e una di serie B. La cittadinanza e i diritti non possono dipendere dal numero degli abitanti di un comune”.
Sesto: un grande programma nazionale ‘RESTO NELLE AREE INTERNE’. “Casa, lavoro, formazione, credito e incentivi per i giovani che scelgono di restare. E per i giovani agricoltori dobbiamo avere un’ambizione ancora maggiore: ‘RESTO E COLTIVO’”. Un programma che, secondo Nardone, deve mettere insieme terra, credito, formazione, innovazione e assistenza tecnica. “Non semplici contributi a pioggia, ma un vero progetto di vita e di impresa. Se chiediamo ai giovani di restare, dobbiamo offrire loro la possibilità concreta di costruire qui il proprio futuro”. Settimo: riconoscere economicamente il ruolo di chi custodisce il territorio. “Chi mantiene boschi, acqua, paesaggio, biodiversità e territorio rende un servizio a tutta la collettività. La manutenzione della terra non è un’attività marginale: è una funzione fondamentale per la sicurezza e il futuro del Paese”. Ottavo: costruire una nuova economia delle aree interne. “Dobbiamo puntare su agricoltura di qualità, artigianato, turismo lento, energie rinnovabili, bioeconomia e lavoro digitale. Le aree interne non devono essere considerate territori da assistere, ma territori nei quali creare nuova ricchezza”. Nono: fare dell’innovazione uno strumento di permanenza e attrazione. “Il digitale può abbattere le distanze e consentire a nuove professioni, imprese e competenze di vivere anche nei piccoli comuni. Dobbiamo portare opportunità dove oggi esistono soprattutto distanze”. Decimo: restituire alle aree interne rappresentanza politica e istituzionale. “Non si può decidere il futuro di territori senza ascoltare la voce di chi li vive.
Le comunità interne devono tornare ad avere peso nelle scelte nazionali e regionali”. Per Carmine Nardone, la questione delle aree interne non può più essere relegata a una politica di compensazione. “Le aree interne non chiedono assistenza. Chiedono giustizia territoriale. Chiedono di essere messe nelle condizioni di valorizzare ciò che hanno e di costruire ciò che ancora non hanno”. E il punto, conclude il presidente di Futuridea, è soprattutto politico e culturale: “Il futuro dell’Italia non può essere soltanto nelle grandi città. Meno abitanti non significa meno Italia. Significa che dobbiamo ripensare il modo con cui misuriamo il valore dei territori. E se vogliamo davvero che i giovani restino, dobbiamo finalmente dare loro una ragione per farlo: una casa, un lavoro, una scuola, servizi, terra, credito, innovazione e soprattutto la possibilità di immaginare qui il proprio futuro. Il destino delle aree interne non è una questione marginale – conclude Nardone. Il futuro delle aree interne è il futuro dell’Italia”.
Vescovi e Aree Interne, al ‘Centro La Pace’ di Benevento il punto sulle finalità dell’iniziativa CEI
A conclusione del convegno dei Vescovi per le Aree Interne, domani è convocata una conferenza stampa sulle finalità dell’iniziativa promossa dalla CEI.
La conferenza si terrà alle ore 12,15 presso il ‘Centro La Pace’ di Benevento.
Oltre a discutere sulle finalità dell’iniziativa CEI, si parlerà anche delle prospettive legate all’ottava edizione del Forum, che si svolgerà entro l’autunno 2026.
Aree interne, a Benevento il 31 agosto e il 1° settembre torna l’incontro dei Vescovi
Ascoltare i territori, condividere le buone prassi, individuare nuove prospettive per le comunità delle Aree interne. Con questi obiettivi, il 31 agosto e il 1° settembre, a Benevento, presso il Centro “La Pace”, torna il consueto incontro dei Vescovi dei territori interessati, un appuntamento che si inserisce nel percorso avviato dalla Chiesa italiana per ragionare insieme sulle sfide pastorali, sociali e demografiche che attraversano le zone più fragili del Paese.
Saranno una trentina i Presuli chiamati a confrontarsi sulle trasformazioni che riguardano realtà spesso segnate dallo spopolamento e dall’invecchiamento, ma anche ricche di relazioni e risorse umane. “Mossi dalla sollecitudine per le comunità che vivono in questi territori, dal 2021 ogni anno, a Benevento, s’incontrano Vescovi provenienti da tutte le regioni d’Italia per intessere un dialogo capace di delineare alcune linee di pastorale”, ricorda Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari e Segretario Generale della CEI, sottolineando che “in questo anno, la CEI ha avviato un coordinamento unitario delle diverse iniziative degli uffici e degli organismi nazionali per le Aree interne, fondato sull’ascolto dei bisogni e sulla mappatura partecipata delle risorse locali”.
A Benevento si rinnova così un impegno che nel tempo ha assunto forme sempre più concrete e che, nel 2025, ha portato alla firma di una “Lettera aperta al Governo e al Parlamento”. Nel documento, sottoscritto da 141 tra Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e Abati, si chiedeva di esplorare “con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle Aree interne”, sollecitando le forze politiche e i soggetti coinvolti a “incoraggiare e sostenere, responsabilmente e con maggiore ottimismo politico e sociale, le buone prassi e le risorse sul campo”. L’invito era inoltre ad “avviare un percorso plurale e condiviso in cui gli attori contribuiscano a costruire partecipazione e confronto così da generare un ripopolamento delle idee ancor prima di quello demografico”.
L’edizione 2026 prenderà il via lunedì 31 agosto con il saluto di Mons. Michele Autuoro, Arcivescovo di Benevento. La prima sessione, dal titolo “Tra memoria e futuro”, prevede l’intervento di Mons. Felice Accrocca, Arcivescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno, e la relazione di Mons. Mariano Crociata, Vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno. A seguire, i partecipanti si confronteranno nei gruppi di studio.
Nel pomeriggio, la tavola rotonda “In ascolto dei territori e scambio di buone prassi” permetterà di mettere in comune percorsi maturati nelle diverse realtà locali.
Martedì 1° settembre, dopo la discussione nei gruppi e in plenaria, sarà il Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, a concludere i lavori con una riflessione sulle “Nuove prospettive per continuare il cammino”.
In dieci anni persi oltre 10 mila ragazzi. Il servizio.
C’è un dato che dovrebbe far riflettere più di qualsiasi slogan sul rilancio del territorio. Negli ultimi dieci anni la provincia di Benevento ha perso 10.851 giovani tra i 15 e i 34 anni. Nel 2015 erano 65.811, oggi sono 54.960. Significa un calo del 16,5%, ben al di sopra della media nazionale (-5,8%) e superiore anche a quella già drammatica del Mezzogiorno.
I numeri elaborati dalla CGIA di Mestre su dati Istat collocano Benevento al 17° posto in Italia tra le province che hanno registrato la maggiore contrazione della popolazione giovanile nell’ultimo decennio. Una classifica nella quale predominano le aree del Sud e delle aree interne, accomunate da un fenomeno che sembra ormai strutturale: i giovani continuano ad andare via e sempre meno decidono di restare. La perdita di quasi undicimila giovani non è soltanto una questione demografica. È un problema economico, sociale e culturale. Significa meno studenti nelle scuole, meno iscritti all’università, meno lavoratori, meno famiglie che si formano e meno bambini che nasceranno nei prossimi anni. È una spirale che rischia di alimentarsi da sola.
Basta osservare il dato con un’altra prospettiva: in dieci anni Benevento ha perso circa un giovane su sei. Una vera emorragia che svuota il territorio delle energie più importanti e che rende sempre più difficile immaginare uno sviluppo duraturo. Dietro questi numeri ci sono storie di ragazzi costretti a trasferirsi per studiare o lavorare, di competenze che prendono la strada di altre regioni o dell’estero e di un territorio che fatica a offrire opportunità tali da invertire la rotta. Il fenomeno della denatalità certamente pesa, ma da solo non basta a spiegare una contrazione così marcata: incidono anche la carenza di lavoro qualificato, salari bassi e prospettive limitate.
Le conseguenze sono già visibili. Le scuole delle aree interne sono sempre più esposte al rischio di accorpamenti e chiusure, i servizi si ridimensionano e il tessuto produttivo fatica a trovare ricambio generazionale. Ogni giovane che lascia il Sannio rappresenta una perdita di competenze, consumi, idee e capacità imprenditoriale. Il dato della CGIA non fotografa soltanto il presente, ma lancia un allarme sul futuro. Se non si riuscirà a creare lavoro stabile, investimenti e condizioni favorevoli per trattenere i giovani, il rischio è che questa emorragia continui anche nei prossimi anni, aggravando ulteriormente il declino demografico di un territorio già tra i più anziani d’Italia.
Da San Lorenzo Maggiore l’appello al Ministro Valditara: “Salviamo le scuole dei piccoli comuni”
L’appello è rivolto alla tutela delle scuole, sempre più esposte al rischio di ridimensionamento o chiusura in conseguenza dell’applicazione di parametri numerici sempre più rigidi.
Da San Lorenzo Maggiore, in provincia di Benevento, parte un appello che fotografa la condizione di tantissime realtà italiane. Una richiesta che nasce da un piccolo comune delle aree interne, ma che interpreta le preoccupazioni di migliaia di cittadini, famiglie e amministratori locali che, da Nord a Sud, vedono le proprie scuole sempre più esposte al rischio di ridimensionamento o chiusura a causa dell’applicazione di parametri numerici sempre più rigidi.
L’obiettivo è trasformare una preoccupazione locale in una riflessione nazionale, affinché il futuro della scuola nei piccoli comuni torni a essere una priorità del Paese.
L’iniziativa nasce nell’ambito della Festa dello Studente 2026, promossa da don Leucio Cutillo, parroco della Parrocchia San Lorenzo Martire, insieme all’autore televisivo Gabriele Di Marzo, con la partecipazione dell’Amministrazione Comunale e del Sindaco Carlo Iannotti.
Nel corso della manifestazione è stata presentata la bozza di un appello rivolto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, prof. Giuseppe Valditara, con il quale si chiede una revisione delle attuali regole che disciplinano il dimensionamento scolastico e i numeri minimi per la formazione delle classi.
L’appello non è stato ancora inviato al Ministro. Il testo sarà ora messo a disposizione di cittadini, famiglie, insegnanti, dirigenti scolastici, amministratori, associazioni, parrocchie e di tutti coloro che vorranno sottoscriverlo. Al termine della raccolta delle firme, sarà trasmesso ufficialmente al Ministro Valditara.
La bozza dell’appello è stata redatta con il contributo della dott.ssa Maria Di Libero e dell’avv. Alda Durante, che hanno collaborato alla stesura del testo e all’approfondimento degli aspetti giuridici e normativi.
La preoccupazione parte da San Lorenzo Maggiore, ma riguarda moltissime piccole e medie realtà comunali italiane che rischiano di vedere progressivamente ridimensionata o chiusa la propria scuola a causa del calo demografico e dell’applicazione rigida di parametri esclusivamente numerici. L’obiettivo dell’iniziativa non è difendere soltanto la scuola di San Lorenzo Maggiore, ma promuovere una riflessione nazionale su un modello che rischia di penalizzare proprio quei territori. Le aree interne rappresentano un patrimonio umano, culturale e sociale dell’Italia e meritano politiche capaci di garantire pari opportunità ai loro cittadini.
Una scuola che chiude non rappresenta soltanto la perdita di un servizio pubblico. Significa indebolire una comunità, accelerarne lo spopolamento e privare bambini, ragazzi e famiglie di un presidio educativo, culturale e sociale fondamentale.
Per questo l’appello chiede di non lasciare morire le scuole dei piccoli comuni, di evitare nuove chiusure e di rivedere le regole sui numeri, introducendo criteri di maggiore flessibilità che tengano conto delle condizioni geografiche, sociali e demografiche dei territori, affinché il diritto allo studio sia realmente garantito in ogni parte d’Italia.
La scuola, soprattutto nei piccoli comuni, non può essere valutata soltanto attraverso calcoli burocratici o criteri economici. Essa rappresenta un luogo di formazione, incontro, identità e coesione sociale. Difenderla significa difendere il diritto allo studio, contrastare lo spopolamento e custodire il futuro delle nuove generazioni.
I promotori dell’iniziativa rivolgono inoltre al Ministro dell’Istruzione e del Merito, prof. Giuseppe Valditara, un invito ufficiale a visitare la scuola di San Lorenzo Maggiore. Sarebbe un gesto dal forte valore simbolico e istituzionale, capace di testimoniare la vicinanza dello Stato non solo alla nostra comunità, ma a tutte le realtà delle aree interne che condividono le stesse difficoltà. Visitare questa scuola significherebbe conoscere da vicino il valore che essa rappresenta per il territorio, ascoltare le famiglie, gli insegnanti e gli amministratori e aprire un confronto concreto sul futuro dell’istruzione nei piccoli comuni italiani.
Da San Lorenzo Maggiore parte così un messaggio destinato a diventare patrimonio di tante comunità italiane: salvare una scuola significa salvare un territorio. Perché una comunità senza scuola è una comunità senza domani.
FOTO E VIDEO – A S. Lorenzo Maggiore, la 2^ edizione della “Festa dello Studente”
Dal comune laurentino, giunge anche un appello al ministro Valditara (destinatario di una lettera) contro la chiusura delle scuole nelle aree interne.
Una serata dedicata ai giovani, ai loro traguardi e al futuro del territorio. A San Lorenzo Maggiore è andata in scena la Festa dello Studente 2026, l’iniziativa promossa dalla Parrocchia San Lorenzo Martire per celebrare gli studenti che hanno concluso il proprio percorso di studi.
Il tema dell’edizione, “Talenti di oggi, idee di domani”, ha fatto da filo conduttore agli interventi che si sono alternati sul palco. Dai saluti del sindaco Carlo Giuseppe Iannotti alla riflessione del parroco don Leucio Cutillo sul valore della scuola. Spazio poi a Diego Mecenero, autore del libro Lo Smontabulli, che ha affrontato il tema del bullismo e dell’importanza di educare i ragazzi al rispetto e all’inclusione. A seguire la testimonianza della professoressa e scrittrice Lucia Caruso e il videomessaggio del professor Vincenzo Schettini.
Nel suo intervento, il sindaco Iannotti ha voluto soffermarsi anche sull’esperienza di Gabriele Di Marzo, moderatore della serata e autore Rai. Un esempio, ha sottolineato, di come anche una piccola comunità dell’entroterra possa formare talenti capaci di affermarsi a livello nazionale. «Mi dicono spesso che siamo fortunati ad avere Gabriele», ha ricordato il primo cittadino, evidenziando come Di Marzo continui a mettere la propria esperienza al servizio della comunità, partecipando attivamente ai progetti culturali di San Lorenzo Maggiore e dimostrando che investire nella scuola e nella formazione delle aree interne significa investire nel futuro del territorio.
L’appuntamento è stato anche l’occasione per lanciare un messaggio forte alle istituzioni. Al centro dell’attenzione, infatti, il futuro delle piccole scuole dei territori interni, sempre più minacciate dal calo demografico e dallo spopolamento.
In virtù di ciò, è stata sottoscritta e sarà inviata al ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, una lettera con la quale si chiede al Governo un impegno concreto per salvaguardare realtà scolastiche come quella di San Lorenzo Maggiore, considerate un presidio educativo, culturale e sociale indispensabile per la sopravvivenza delle aree interne.
Perché difendere una scuola in un piccolo comune significa, prima di tutto, difendere il diritto dei giovani a costruire il proprio futuro senza essere costretti ad abbandonare il territorio in cui sono nati.
FOTO E VIDEO – “Insieme 100”: a S. Giorgio La Molara 1^ tappa del tour Confindustria
Al centro del dibattito l’annoso tema delle aree interne.
Prima tappa per “Insieme 100”, l’iniziativa ideata da Confindustria Benevento per celebrare il suo centenario. Il tour, che prevede un ciclo di incontri per la Provincia di Benevento, è iniziato dal San Giorgio La Molara.
Presso l’Auditorium Comunale, infatti, si è tenuto il confronto sul tema delle aree interne, che ha visto la partecipazione del tessuto imprenditoriale e industriale sannita, con autorevoli interventi tra rappresentanti dell’associazione e imprenditori.
A fare gli onori di casa, il sindaco di San Giorgio La Molara, Nicola De Vizio, coadiuvato dal presidente di Confindustria Benevento, Andrea Esposito, nonché dal vice presidente vicario, Claudio Monteforte, “padrone di casa” dell’evento. Loro sono stati i saluti istituzionali iniziali, prima che il dibattito entrasse nel vivo.
Di seguito il servizio video con le interviste ad alcuni dei protagonisti del convegno.
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