L’attrice romana, con il suo monologo in piazza Roma, ha emozionato, finendo per commuoversi anch’ella, gli spettatori della terza giornata del BCT.
Nella terza serata del BCT, la memoria e l’impegno civile sono diventati protagonisti attraverso il monologo “Io non torno a casa”, testo letto e recitato dall’attrice Anna Foglietta, interprete di origini napoletane già protagonista di numerosi film e produzioni teatrali.
All’interno di Piazza Roma di Benevento, affollata da amanti del cinema e dei temi storici, l’attrice ha dato spettacolo emozionando i presenti, leggendo un monologo dal titolo : “Io non torno a casa”, opera teatrale scritta dal direttore del Festival Antonio Frascadore e prodotta dall’Università degli Studi del Sannio.
Ella ha ricordato la storia di Miriam Levi, una giovane donne ebrea, presa con la sua famiglia e trascinata nell’incubo di un viaggio spaventoso ed allucinante verso un luogo disumano dove l’esistenza avrebbe perso ogni significato, fino alla sua conclusione, quel luogo era Auschwitz.
La storia di Miriam, raccontata dalla Foglietta, è stata purtroppo la vicenda di tanti uomini, donne e bambini vittime dell’Olocausto, di quella “Soluzione finale” agognata e messa in atto dal regime nazista, un eufemismo per dare vita allo sterminio sistematico degli ebrei d’Europa, un annientamento metodico e pianificato di un popolo, un progetto disumano che si realizzò con la creazione di campi di sterminio nei quali scomparvero, nella maniera più atroce, circa sei milioni di esseri umani.
L’attrice ha ricordato, con la sua storia, i momenti di un tragitto verso l’abominio di una giovane donna che, caricata su un vagone ferroviario, sporco e con odore di urina, dove l’umanità era ridotta ad ammasso di corpi senza dignità, ha lentamente perduto, non solo gli affetti più cari, ma perfino la capacità di reagire e chiedersi il perché.
Soldati tedeschi che all’arrivo ad Auschwitz, la osservavano, dividendo quelle persone in due file, destra e sinistra, file con destini al momento diversi, lei a sinistra, sua madre a destra, quest’ultima destinata ad una fine immediata, l’altra al lavoro nei campi.
I soldati che osservavano le scarpe, come se quelle bastassero a giudicare un essere umano e poi verso il proprio destino, con un sacchetto con dentro un maglione, qualche foto ed un pettine.
E poi l’essere denudata, rasata i capelli, qualificata non con il proprio nome, ma solo come “ebrea”, destinata ad una baracca con tante altre donne, dormire su un asse di legno a castello insieme ad altri, con l’unica vera compagnia del freddo, una sensazione che presto divenne endemica, anche con la presenza di una coperta puzzolente di urina e umidità.
Una vita nella quale presto si dimenticavano le sensazioni naturali e quotidiane, l’odore del pane, le voci dei propri cari, le risate con una sorella, il canticchiare di una madre che prepara il pranzo, pensieri anch’essi impressi nel cuore, ma ormai tanto lontani da sembrare sogni.
Finiti e dimenticati i giorni che scorrevano, uno dopo l’altro, in attesa dell’inevitabile fine, solo turni, lavoro, fame, malattia, silenzio e qualche pianto. Il ricordo delle sue compagne e le loro vite spezzate, la consapevolezza che, se sopravvissute, non sarebbero mai tornate quelle di prima, ma neppure quelle di dopo, persone che parlavano con gli occhi e dove l’odore non andava mai via.
Una lettera alla cara sorella, mai spedita, ma poi ritrovata e conservata in un museo della memoria e poi la fine della vita, due giorni prima dell’arrivo dei russi nel campo, una persona che “non torna a casa” per scelta di un mondo spietato e disumano.
Ad 80 anni dalla liberazione di Auschwitz è una storia di abominio lontana? No, ricorda la Foglietta, infamia ancora viva a Gaza un luogo dove le bombe continuano a cadere, dove si muore anche di fame, dove interi quartieri vengono cancellati ed i bambini sono senza acqua né pane, mentre gli ospedali sono al collasso, un luogo di morte dove il genocidio è ancora presente oggi, dove la crudeltà umana è ancora viva e visibile, dove un altro olocausto si sta consumando.
Assurda realtà che vede l’Europa che si condanna all’irrilevanza, mentre a Gaza mancano i rifornimenti essenziali, tra cui cibo, carburante e medicine, il tutto in un abominio umanitario di fronte al quale, afferma l’attrice, nessuno può rimanere indifferente se vuole dirsi essere umano.
Grande applauso del numeroso pubblico cittadino segue le sue affermazioni, condivisione piena per una memoria che non può essere solo ricordo del passato, ma deve essere anche consapevolezza del presente, come più tardi ribadito dal Rettore dell’Unisannio Gerardo Canfora, salito sul palco per condividere ogni parola dell’attrice e donare a lei il Cubo dell’Unisannio.
Serata di emozione storica, ma soprattutto di condivisione civile, momento necessario ad una memoria che si costruisce, ancora oggi, momento dopo momento e che non può diventare sinonimo di un passato che può tornare.
Foto di copertina @Alessia Giallonardo
Sant’Agata de’ Goti, viaggio d’istruzione dell’IIS “de’ Liguori” ad Auschwitz: la riflessione degli studenti
Un momento di riflessione e di approfondimento. È quello che è stato posto in essere nelle scorse mattinate dagli studenti della classe quinta, sezione a, del Liceo Classico dell’Istituto di Istruzione Superiore “de’ Liguori” di Sant’Agata de’ Goti che hanno avuto modo di accogliere Achiropita Barbieri, dell’associazione “Spostiamo mari e monti”, peer che li ha accompagnati, insieme a Simone Poncini, nel viaggio della memoria a Cracovia-Auschwitz- Birkenau.
Per dieci giorni, si ricorda, gli studenti si erano immersi, a cavallo tra i mesi di Gennaio e di Febbraio, in un viaggio d’istruzione in quello che è stato uno dei luoghi simbolo della barbarie nazista. A distanza di alcuni mesi da quel momento, la Peer è venuta a Sant’Agata de’ Goti a testimoniare il legame forte che si è costruito con i ragazzi nei giorni a Cracovia. E per condividere con le classi quarte del “de’ Liguori” un’esperienza che rimarrà impressa nell’animo dei partecipati.
Nel contesto del confronto avutosi nell’Aula magna, si sono avuti i saluti della Dirigente scolastica Maria Rosaria Icolaro all’indirizzo dell’ospite ed il plauso alla classe per l’ottimo lavoro svolto con il coordinamento della professoressa Francesca Russo. Attraverso musica, testi e testimonianze, la classe medesima ha voluto rivivere i contenuti della toccante esperienza. “Ho sentito, abbiamo sentito – è l’estratto del pensiero di una studentessa – le voci di tutti gli uomini e di tutte le donne, di tutti i bambini e di tutte le bambine che dopo l’aberrazione delle leggi razziali del ’38 da quel momento non avevano più potuto decidere della loro vita. Camminare, col commento della guida, in quei viali sterrati, entrare nei luoghi della barbarie e della violenza inaudita è stato come vivere un tempo sospeso in un non luogo: purtroppo però era tutto reale come in una sorta di girone infernale non immaginato ma vero nella sua quasi paralizzante monotonia. E allora – lo squassante quesito finale – osservando cataste di valigie, di scodelle o di scarpe ti chiedevi: ma come è stato possibile, ma dove era nascosta ad Auschwitz l’umanità?”.
27 Gennaio, giorno della memoria, perché il ricordo degli orrori del passato non sbiadisca
Il 27 gennaio del 1945, le truppe dell’Armata Rossa, in direzione della città di Berlino, giunsero ai cancelli di un campo di sterminio tedesco, quello di Auschwitz e, apertolo, trovarono cadaveri scomposti, baracche sconquassate e pochi vivi, rinvennero poi 8 tonnellate di capelli umani e centinaia di abiti di persone che non c’erano. Non salutavano, non parlavano, ma, senza sorridere, procedevano come oppressi dalla pietà, da un controllo sulle emozioni, dalla sorpresa di fronte a quello scenario funereo di un luogo che portava nella scritta dell’ingresso la frase Arbeit macht frei (il lavoro rende liberi).
Così racconta Primo Levi il momento dell’ingresso dei soldati russi nel campo : “Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero,quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa”.
Primo Levi
In memoria di quel giorno l’ONU, nel 2005, proclama il 27 gennaio Giornata Internazionale della Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto, per non dimenticare i milioni di esseri umani che, per ragioni che la mente rifiuta perfino di ascoltare, furono trucidati, torturati, umiliati, dissolti nel fumo dei forni crematori, eliminati fisicamente e psicologicamente in nome di non si sa bene cosa, realizzando quanto deciso nella conferenza di Wannsee del 1942, nella quale fu deliberata la “soluzione finale della questione ebraica”.
Il ricordo della Shoah è la memoria di un passato che ha umiliato l’essere umano, memoria di un tempo nel quale erano scomparsi tutti i principi della convivenza umana, memoria di persone apparentemente normali trasformate in aguzzini o vittime innocenti, memoria di un tempo in cui per alcuni tutto era giusto e tutto sembrava possibile, anche annientare vite umane e cancellare ogni loro dignità di essere vivente.
Un tempo passato in cui, per volontà di pochi, tutti erano nemici da annientare in nome di una assurda supremazia razziale e/o religiosa, un tempo forse lontano, ma che serpeggia ancora oggi fra quanti, sconfitti nella vita di relazione e personale, ancora vogliono odiare per sentirsi vivi.
Il 27 gennaio perciò non è solo una data, è una stele per ricordare fin dove l’abiezione umana può giungere, in che modo essa può agire giustificando se stessa come difensore di un principio “sacro”, partorito da menti malate; quanta sofferenza illogica, irrazionale e assurda può produrre solo per giustificare certa cecità e presunzione umana marcia, una oscurità della mente che si nutre di sopraffazione e violenza giustificandola come “bene necessario” al proprio popolo.
Il 27 gennaio è dunque un momento di riflessione e di memoria, non di stanca rievocazione, un attimo di sospensione da ripetitivi attimi di una vita presa da bisogni spesso effimeri, per guardare in faccia una realtà crudele che tanti portano ancora tatuata sui loro corpi e nella loro mente. La memoria dello sterminio di un popolo e di tanti individui etichettati come inferiori da menti spregevoli e, loro si , al di sotto della categoria di esseri viventi, deve farci riflettere perché purtroppo, ancora nel nostro presente, esistono forme di arroganza etnica, politica e sociale che annullano ogni concetto di civiltà e convivenza umana.
Non solo gli ebrei furono vittime dell’Olocausto, con loro anche Sinti, Rom e persone con problemi fisici e mentali, tutti cancellati dalla vita in nome della razza ariana, eliminati senza rimorsi e scientificamente, derubati di ogni bene, tanti uomini disconosciuti nei loro meriti, nonostante avessero combattuto per la Germania nella prima guerra mondiale, tante famiglie smembrate, separate e spedite nei campi di sterminio, tante donne umiliate, stuprate, denudate davanti a ufficiali e soldati tedeschi e mandate nelle camere a gas, tanti bambini uccisi perché non diventassero uomini che si sarebbero vendicati o fatti oggetto di esperimenti che, tra le altre cose, avrebbero dovuto provare sistemi più veloci per l’eliminazione di massa.
La Germania è stata tra i primi paesi europei ad abbracciare l’idea del 27 gennaio, seguita da tutti gli altri paesi occidentali, il paese infatti ha deciso di fare i conti con il proprio passato riconoscendo la follia che aveva guidato il popolo tedesco durante il terzo Reich, diversamente, ci duole dirlo, da altri, come l’Italia, che a fatica ha ammesso gli errori del Fascismo cercando, paradossalmente, di trovare il buono in un regime che è stato comunque complice degli orrori tedeschi, dalle leggi razziali del 1938 ai campi di concentramento italiani che, pur non essendo stati campi di sterminio, sono stati lugubri luoghi di raccolta degli ebrei da inviare in Germania.
Purtroppo questi processi di autoassoluzioni lasciano troppo spazio ad un revanscismo non tanto territoriale quanto sciovinistico, il tentativo cioè di vedere solo “il buon italiano”, dimenticando responsabilità e connivenze con il male.
Conservare la memoria del passato ci consente dunque di riscoprire le nostre radici e i nostri errori, di capire chi siamo, che percorso abbiamo compiuto e come evitare gli sbagli del passato, tutto ciò per impedirci di ripercorrere strade sbagliate o che hanno fatto soffrire, infatti senza la dimensione del ricordo, noi saremmo il nulla, come ricorda Francesco Guccini nella sua splendida “Auschwitz”.
Ricordiamo dunque l’unicità della volontà tedesca di distruggere tutti gli ebrei d’Europa, ricordiamo gli orrori che un intero popolo ha subito senza comprendere il perché, ma soprattutto ricordiamo che l’essere uomini e donne di un mondo giusto e democratico passa attraverso la consapevolezza di errori e la volontà che essi non abbiano a ripetersi.
Ricordiamo che, in pari giornata, anche l’Anpi di Benevento, come tutti gli omologhi nazionali, ha ricordato una pagina tragica del passato attraverso le voci di Erminio Fonzo, Presidente della sezione di Benevento, Amerigo Ciervo, Presidente del Comitato Provinciale di Benevento, Giuseppe D’Angelo, professore di Storia Contemporanea all’Università di Salerno e Emanuele Fiano, già deputato della Repubblica autore de “ Il profumo di mio padre. L’eredità di un figlio della Shoah”.
Auschwitz non finisce mai: la memoria della Shoah e i nuovi genocidi. Mercoledì all’Unifortunato l’incontro con Gabriele Nissim
Mercoledì 11 gennaio 2023 alle ore 15.30 si terrà, all’interno del Laboratorio accademico sulla Shoah promosso dall’Università Giustino Fortunato, l’incontro con il Dott. Gabriele Nissim, Presidente Nazionale di Gariwo – Gardens of the Righteous Worldwide – la foresta dei Giusti.
I lavori, introdotti dal Rettore Prof. Giuseppe Acocella, saranno coordinati dal Prof. Paolo Palumbo, Straordinario di Diritto ecclesiastico e canonico e Coordinatore del Laboratorio interdisciplinare sulla Shoah.
Porterà i suoi saluti introduttivi anche il Generale di Corpo d’armata Giuseppenicola Tota, Comandante del Comando Forze Operative Sud dell’Esercito Italiano.
L’incontro tratterà il tema Auschwitz non finisce mai. La memoria della Shoah e i nuovi genocidi,a partire dalla recente pubblicazione del Dott. Nissim edita da Rizzoli.
La partecipazione è aperta a tutti previa adesione alla mail eventi@unifortunato.eu. Seguiranno le credenziali di accesso all’incontro online.
Gabriele Nissm, storico e scrittore, è il fondatore e il presidente della Fondazione Gariwo. E’ stato promotore della campagna che ha portato alla proclamazione della Giornata europea dei Giusti (6 marzo), istituita dal Parlamento Europeo nel 2012 e recepita nel 2017 dal Parlamento italiano come Giornata dei Giusti dell’umanità. È autore dei libri, tradotti in più lingue, Ebrei invisibili (con Gabriele Eschenazi, Mondadori, 1995), L’uomo che fermò Hitler (Mondadori, 1998), Il Tribunale del Bene (Mondadori, 2003), Una bambina contro Stalin (Mondadori, 2007), La bontà insensata (Mondadori, 2011), La lettera a Hitler (Mondadori, 2015), Il bene possibile (Utet, 2018), Auschwitz non finisce mai (Rizzoli, 2022). Per il suo impegno è stato insignito di onorificenze in Italia (Commendatore al Merito della Repubblica Italiana), Bulgaria (Cavaliere di I Classe dell’Ordine del Cavaliere di Madara e benemerenza del Ministero degli Esteri della Bulgaria) e Francia (Cavaliere dell’Ordine Nazionale al Merito). Ha inoltre ricevuto l’Ambrogino d’oro – Città di Milano, il premio Il Campione per la Giustizia a Milano, il premio Ilaria Alpi 2003, il premio Fiuggi-Storia e una menzione speciale al Premio per la pace 2007 della Regione Lombardia.
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