La Biennale di Baselice prosegue con una mostra e un catalogo: è la festa della cultura

La Biennale di Baselice prosegue con una mostra e un catalogo: è la festa della cultura

Eventi

La Biennale continua. E nel piccolo borgo del Fortore l’arte diventa una forma di memoria, un modo per raccontare ciò che resta e ciò che parte. Con il sostegno degli sponsor, Enel in primo piano, dal 15 al 25 ottobre la XXVI edizione riapre il suo racconto. Spesso si pensa che i paesi debbano solo essere attraversati. Baselice chiede di essere guardato. Guardato nelle sue pietre, nelle sue strade, nei paesaggi che si aprono sul Fortore, nelle case, nelle piazze e soprattutto nei volti. Perché qui, da più di mezzo secolo, l’arte ha assunto una funzione che va oltre l’esposizione: è diventata un modo per riconoscersi.

La Biennale di Baselice non è soltanto una rassegna di pittura. È una storia collettiva. Una di quelle storie che, negli anni, finiscono per appartenere non più soltanto agli organizzatori o agli artisti, ma a un’intera comunità. La XXVI edizione lo ha confermato, portando nel paese oltre trenta artisti e trasformando ancora una volta il borgo e Palazzo Lembo in luoghi di incontro, confronto e bellezza.

Ora quella storia continua.

Dal 15 al 25 ottobre, Baselice torna ad aprire le sue porte con una nuova mostra e con un catalogo che raccoglie e fissa la memoria di questa edizione. È il secondo tempo della Biennale: dopo il momento della creazione arriva quello della conservazione, dopo la pittura arriva la memoria. Perché un quadro racconta il presente. Un catalogo racconta anche il tempo.

Una tela grande quanto un paese

Forse la vera tela della Biennale è Baselice stessa. Lo è quando un artista si ferma davanti a un paesaggio e cerca di restituirne la luce. Lo è quando una casa, una strada o un campanile diventano materia pittorica. Lo è quando gli abitanti si fermano a osservare chi dipinge il luogo nel quale sono nati. È un rovesciamento dello sguardo. Ciò che per chi vive lì è quotidiano, per l’artista diventa straordinario. E improvvisamente una porta non è più soltanto una porta. Un vicolo non è più soltanto un vicolo. Un volto non è più soltanto un volto. Diventano memoria.

È questo, forse, il piccolo miracolo della Biennale: restituire valore alle cose che il tempo rischia di rendere invisibili. E in un paese dell’area interna, dove la parola futuro si confronta inevitabilmente con quella dello spopolamento, non è un fatto secondario. Una manifestazione culturale non può fermare da sola la partenza dei giovani, creare lavoro o risolvere la fragilità dei servizi. Ma può fare qualcosa di diverso e altrettanto necessario: può impedire che un luogo perda il senso del proprio valore. Può dire a chi è rimasto che quel luogo conta. Può dire a chi è partito che esiste ancora una ragione per tornare. Può dire a chi arriva che Baselice non è soltanto un punto sulla carta. È una comunità.

La memoria ha bisogno di occhi

In questa edizione c’è anche un gesto simbolico particolarmente forte: affidare alla fotografia il compito di conservare ciò che è accaduto. Le immagini della fotografa baselicese Maria Pia diventano così una seconda narrazione della Biennale. È uno sguardo nato qui a raccontare ciò che qui è accaduto. E dentro questa scelta c’è qualcosa di profondamente umano: una comunità che si racconta attraverso i propri occhi. Il catalogo diventa allora più di una pubblicazione. Diventa un archivio sentimentale. Ci saranno le opere, certo. Ma ci saranno anche le persone, le atmosfere, i luoghi, i momenti. Quella particolare energia che accompagna ogni manifestazione destinata a durare pochi giorni e che proprio per questo deve essere consegnata alla memoria. La festa diventa documento. L’evento diventa storia.

Cinquantuno anni di ostinazione

Una Biennale che arriva alla ventiseiesima edizione porta con sé una domanda: perché continuare? La risposta forse è proprio nella sua storia. Cinquantuno anni, in un piccolo centro del Mezzogiorno, sono un tempo enorme. Significano generazioni che hanno visto cambiare il paese, famiglie che hanno conosciuto partenze e ritorni, amministrazioni diverse, artisti diversi, stagioni diverse. Eppure la Biennale è ancora lì. A dimostrare che la cultura, soprattutto nei territori fragili, non è un lusso. È una forma di presidio. Per questo il sostegno degli sponsor assume un significato che va oltre la semplice dimensione economica. Enel, insieme agli altri sostenitori dell’iniziativa, contribuisce a dare continuità a una manifestazione che ha costruito negli anni una propria identità culturale.

È una collaborazione che mette in relazione impresa, istituzioni e territorio. E che consente a una storia locale di continuare a parlare anche fuori dai confini del paese. La Regione Campania ha inoltre riconosciuto il valore della manifestazione, inserendola nel sistema delle iniziative culturali sostenute per la loro longevità e qualità. Non è soltanto un riconoscimento formale. È la conferma che alcune esperienze nate lontano dai grandi centri possono diventare patrimonio di una comunità più vasta.

Il paese che non vuole essere soltanto un ricordo

C’è, infine, una parola che accompagna silenziosamente tutta questa storia: ritorno. Ritorno degli artisti. Ritorno degli emigrati. Ritorno di chi ha lasciato Baselice e ritrova nelle fotografie, nei quadri, nelle strade di sempre qualcosa della propria storia. Ritorno della memoria. È forse questa la forza più autentica della Biennale. Non pretende di fermare il tempo. Gli chiede piuttosto di lasciare una traccia. E mentre molti piccoli paesi vengono raccontati quasi esclusivamente attraverso ciò che hanno perduto, Baselice prova a raccontarsi attraverso ciò che ancora riesce a creare. Una tela. Una fotografia. Un catalogo. Una mostra. Un incontro. Sembrano cose piccole. Ma sono proprio le cose piccole, quando vengono ripetute per cinquantuno anni, a diventare storia.

Dal 15 al 25 ottobre, la Biennale torna dunque a fare quello che sa fare da sempre: mettere l’arte davanti agli occhi di una comunità e una comunità davanti agli occhi dell’arte. Per qualche giorno Baselice sarà ancora una volta un paese da guardare. Ma soprattutto un paese che guarda se stesso. E forse è qui il senso più profondo di questa lunga avventura. Non dipingere soltanto Baselice. Darle un volto. E fare in modo che quel volto non venga dimenticato.

XXVI Biennale di Baselice: l’arte contemporanea contro il declino del Fortore (FOTO)

XXVI Biennale di Baselice: l’arte contemporanea contro il declino del Fortore (FOTO)

Eventi
Oltre 60 opere, 32 artisti e una comunità che si mobilita: il bilancio di un evento che riaccende i riflettori sulle aree interne della Campania.

Riceviamo e pubblichiamo:

“La XXVI Biennale di Pittura non è soltanto una rassegna d’arte. È il racconto ostinato di un paese che, invece di arrendersi al silenzio delle aree interne, sceglie ancora una volta di riempirlo di colori, musica, volti e bellezza. Purtroppo assistiamo a paesi che lentamente scompaiono. Non fanno rumore quando accade. Scompaiono piano. Prima parte qualcuno. Poi un altro. Chiude un negozio, poi un bar. Una casa resta vuota. Una finestra non si illumina più. I bambini diminuiscono, i giovani fanno le valigie, gli anziani diventano custodi di una memoria che nessuno sembra avere più il tempo di ascoltare.

Alla fine rimangono le pietre. E le fotografie.

Quelle fotografie belle, bellissime, che raccontano il borgo antico, il tramonto, il vicolo, la facciata di un palazzo. Fotografie perfette per convincere il mondo che quel paese esiste ancora. Ma un paese non è una fotografia. Un paese è una voce. È una porta che si apre. È qualcuno che torna. È qualcuno che arriva. È una piazza piena. È un bambino che corre. È un artista che pianta un cavalletto in mezzo alla strada e decide che proprio lì, in quel luogo che qualcuno avrebbe definito periferico, vale la pena fermare il tempo. Ecco Baselice. Un paese che il tempo vorrebbe relegare ai margini e che, invece, da cinquantuno anni, gli risponde con l’arte.

La XXVI Biennale di Pittura di Baselice si è chiusa con il botto.

Ma forse “botto” è una parola persino troppo piccola. Perché ciò che è accaduto non è stato semplicemente il successo di una manifestazione. È stato un piccolo terremoto culturale. Oltre sessanta opere esposte. Trentadue pittori provenienti da tutta Italia. Oltre quaranta riconoscimenti popolari. Tre vincitori per la sezione estemporanea. Tre per le opere da studio. Una giuria di altissimo profilo. Un pubblico straordinario. La musica. Il teatro della parola. La memoria. Le istituzioni. Gli organizzatori. E, soprattutto, un paese intero che per una sera ha deciso di guardarsi allo specchio e di non avere paura di ciò che vedeva.

La pittura arriva dove il mercato non arriva

C’è qualcosa di profondamente poetico, e allo stesso tempo terribilmente politico, nell’idea di una Biennale di pittura in un piccolo paese del Fortore. Perché la pittura non chiede il permesso alla geografia. Non conosce periferie. Non sa cosa sia un capoluogo e cosa sia una contrada. Un quadro non ha bisogno di autostrade. Ha bisogno di occhi. E Baselice, per qualche giorno, è diventata questo: un gigantesco paio di occhi puntati sul proprio territorio. I pittori sono arrivati. Hanno camminato. Hanno osservato. Hanno scelto un angolo, una casa, un volto, una prospettiva. E poi hanno fatto la cosa più semplice e più rivoluzionaria del mondo: hanno guardato. Guardare davvero è diventato quasi un atto sovversivo. Perché ci abituiamo talmente tanto ai luoghi in cui viviamo da non vederli più. L’artista rompe questa anestesia. Prende ciò che abbiamo davanti tutti i giorni e lo restituisce diverso. Una pietra diventa memoria. Una finestra diventa attesa. Una strada diventa viaggio. Un muro diventa ferita. Un paesaggio diventa nostalgia. E improvvisamente Baselice non è più soltanto Baselice. È una storia.

Trentadue artisti, sessanta opere e una comunità intera davanti alla tela

I numeri raccontano una parte della storia. Più di sessanta opere. Trentadue pittori. Più di quaranta premi popolari. Sono numeri che certificano la dimensione raggiunta dalla manifestazione. Ma c’è un numero che nessun catalogo può registrare.

Quante persone, quella sera, hanno sentito di appartenere ancora a qualcosa?

È questo il dato invisibile. Il più importante. Perché l’arte, nei piccoli centri, non è soltanto esposizione. È aggregazione. È riconoscimento. È identità. È la possibilità di dire: “Siamo ancora qui”. E allora quei quaranta e più premi popolari assumono un significato che va oltre la competizione. Significano che la pittura è uscita dalle mani dei critici ed è tornata alla gente. La gente ha guardato. Ha scelto. Ha discusso. Ha preferito. Ha applaudito. Ha partecipato. E quando una comunità partecipa, quella comunità non è morta. Può essere stanca. Può essere fragile. Può avere paura. Ma è viva.

I nomi dei vincitori e la dignità della competizione

Nella sezione dedicata all’estemporanea il primo premio è andato a Rocco Regina, seguito da Antonio Civitarese, secondo classificato, e Concetta Daidone, terza. Per la categoria opere da studio, il terzo posto è stato conquistato da Antonio Altieri, il secondo da Franco Susta, mentre il primo premio è andato a Maria Pia Ricciardi. Sei nomi scritti sul podio. Sei storie artistiche differenti. Sei modi di interpretare la realtà. Ma la vera vittoria, questa volta, non può essere misurata soltanto dalla classifica. Perché quando trentadue artisti arrivano in un piccolo paese italiano e decidono di confrontarsi davanti a un pubblico, il risultato è già una vittoria. Per l’arte. Per il territorio. Per la comunità. Per la possibilità, ancora viva, di incontrarsi senza che tutto debba necessariamente passare attraverso uno schermo.

Una giuria che ha dato peso alla Biennale

A presiedere la giuria è stata la professoressa Rossella Del Prete, presidente della Fondazione Benevento Città Spettacolo. Una presenza che racconta la volontà di una manifestazione di non accontentarsi della propria storia, ma di continuare a costruire qualità. Accanto a lei, Lucia Iannucci, editore storico di riviste dedicate al turismo, Serenella Sestito e una pluralità di competenze chiamate a giudicare le opere. Ma quest’anno la giuria aveva anche un’assenza. Una di quelle assenze che, paradossalmente, riempiono una stanza. Saverio Simi De Burgis. Il suo ricordo è entrato nella serata come entra la luce da una finestra rimasta socchiusa. Non si vede subito. Ma c’è. E resta. Perché ogni manifestazione culturale ha una memoria fatta di persone. Di chi ha iniziato. Di chi ha continuato. Di chi ha lasciato un’impronta. Di chi non c’è più, ma continua a essere chiamato per nome. La cultura, in fondo, è anche questo: rifiutarsi di dimenticare.

Palazzo Lembo: quando un palazzo diventa un teatro

Poi è arrivata la notte. E il giardino pensile di Palazzo Lembo ha cambiato pelle. La folla lo ha riempito. Le sedie non bastavano. Le voci si accavallavano. Le persone arrivavano. E per qualche ora quel luogo antico ha smesso di appartenere alla storia per appartenere al presente.Maurizio Varriano ha condotto la serata trasformando la premiazione in qualcosa di più ampio. Non una semplice consegna di riconoscimenti. Uno spettacolo. E poi Lino Rufo. Poi Gennaro De Crescenzo. La musica napoletana. I brani propri. Le voci. Le emozioni. Una sorta di purpuree musicale capace di attraversare la platea e mescolare generazioni, memoria e contemporaneità. Napoli è arrivata a Baselice. E Baselice, per una sera, è diventata Napoli e Fortore insieme. Questo fa la cultura quando funziona davvero. Non divide. Contamina.

Le istituzioni ci sono. Ma la cultura non nasce nei palazzi

C’erano il sindaco Massimo Maddalena, l’intero Consiglio comunale e le istituzioni. C’erano Clemente Mastella, Antonio Pecchia, Micaela Fanelli e Felice Casucci. Presenze importanti che hanno dato lustro e soprattutto posto loro delle domande spesso dettate dal silenzio. Ma sarebbe ingiusto raccontare questa storia come se una manifestazione del genere fosse il risultato della sola presenza istituzionale. Perché la cultura, nei piccoli paesi, nasce spesso molto più in basso. Nasce dalle persone. Da chi organizza. Da chi telefona. Da chi convince. Da chi cerca finanziamenti. Da chi monta una mostra. Da chi accompagna un artista. Da chi apre una porta. Da chi, dopo cinquant’anni, continua a dire: “Facciamola anche quest’anno.” E allora bisogna pronunciare quei nomi. Artemusa APS, Ente del Terzo Settore impegnato nel mondo culturale. L’AGB. E quella generazione di giovani baselicesi che allora era giovane davvero e che ha trovato in Enzo Cocca uno dei propri punti di riferimento. Cinquantuno anni non sono un anniversario. Sono una resistenza. Perché mantenere viva una manifestazione per mezzo secolo, in un territorio fragile, significa aver sconfitto decine di volte la tentazione di mollare.

Il denaro, quando diventa cultura, smette di essere soltanto denaro

Ci sono poi gli sponsor. Enel. IVPC. Il sostegno della Regione Campania. Nomi che permettono alla macchina organizzativa di respirare e di guardare oltre la singola edizione. Perché la cultura ha bisogno anche di risorse. Dire il contrario sarebbe ipocrisia. Un catalogo non si stampa con la poesia. Una mostra non si allestisce con i buoni sentimenti. Un artista deve poter essere accolto. Un progetto deve poter essere prodotto. Un archivio deve poter essere conservato. E proprio il catalogo previsto per il prossimo ottobre, con le fotografie della bravissima fotografa baselicese Maria Pia, sarà la memoria concreta di questa edizione.

La Regione riconosce la longevità. Ma la sfida è molto più grande

Il recente inserimento della Biennale nel registro delle manifestazioni riconosciute dalla Regione Campania per longevità e qualità rappresenta un risultato importante. Ma c’è una questione che nessun riconoscimento amministrativo può risolvere. Lo spopolamento. Ed è qui che bisogna smettere di raccontare favole. Una Biennale non salva un paese. Un concerto non salva un paese. Un evento non salva un paese. Nemmeno cento eventi. Un territorio vive se ci sono lavoro, servizi, scuola, sanità, mobilità, connessioni, opportunità. Ma la cultura può fare qualcosa che viene prima. Può impedire che un paese venga considerato già morto.

Può restituirgli dignità. Può farlo conoscere. Può generare relazioni. Può creare desiderio. Può convincere qualcuno a tornare. Può far venire qualcun altro. Può dire ai ragazzi che sono partiti: guardate che qui sta succedendo qualcosa. E in un’epoca in cui tanti piccoli comuni vengono raccontati soltanto attraverso ciò che hanno perso, non è affatto poco.

Baselice non vuole essere salvata

Forse è questa la differenza. Baselice non dovrebbe chiedere di essere “salvata”. Dovrebbe pretendere di essere riconosciuta come luogo capace di produrre cultura. Di immaginare futuro.

Il vero quadro è il paese

Alla fine, forse, bisogna tornare alla pittura. Perché tutto è cominciato da lì. Da una tela bianca. Da un pennello. Da un artista davanti a un paese. E allora viene da chiedersi quale sia stata davvero l’opera più importante della XXVI Biennale. Forse quella vincitrice. O forse no. Forse l’opera più importante è stata Baselice stessa. Un paese che ha capito una cosa terribile e bellissima: contro lo spopolamento non basta restare. Bisogna avere qualcosa per cui valga la pena restare. La cultura non è la soluzione a tutto. Ma è una ragione.

E allora il sipario può scendere

La XXVI Biennale può chiudere. I quadri torneranno a casa. E Baselice tornerà alla sua quotidianità. Ma qualcosa resterà. Resterà nelle fotografie di Maria Pia. Resterà nel catalogo di ottobre. Resterà negli occhi di chi è venuto da lontano. Resterà nel ricordo di Saverio Simi De Burgis. Resterà nella voce di chi, tornando a casa, dirà: “A Baselice c’era una cosa bella.”

Ed è proprio qui che bisogna essere un po’ corrosivi.

Mentre si compilano strategie contro lo spopolamento, qualcuno ha riempito un giardino pensile. Mentre si parla di aree interne come di un problema statistico, trentadue artisti hanno attraversato l’Italia per arrivare qui. Mentre il tempo sembra lavorare contro questi paesi, Baselice ha deciso di lavorare contro il tempo.E forse è questa la fotografia più vera della XXVI Biennale.

Non arrendersi all’idea che il proprio futuro debba essere scritto da qualcun altro.

La Biennale finisce. Baselice no. E forse è proprio questo, alla fine, il suo capolavoro. Avere ancora qualcosa da dipingere”.

Il giorno in cui Baselice ritrovò la sua voce: la ristampa del dizionario diventa rito collettivo

Il giorno in cui Baselice ritrovò la sua voce: la ristampa del dizionario diventa rito collettivo

AttualitàDalla Provincia

A volte basta una parola per far tornare indietro una vita intera. Una parola pronunciata come la pronunciavano i nostri nonni, una pagina riaperta dopo tanti anni, la voce di un figlio che racconta il padre e, all’improvviso, ci si ritrova tutti dentro la stessa memoria. È quello che è successo a Baselice: per una sera il passato non è sembrato lontano, né perduto. Era lì, presente, vivo, seduto in mezzo alla gente, nelle parole di Alfonso, nei ricordi di chi lo ha conosciuto e negli occhi di chi, ascoltando, ha ritrovato qualcosa di sé.

Ci sono paesi che ricordano i propri morti. E poi ci sono paesi che li fanno tornare. Non con il marmo. Non con le fotografie. Non con le commemorazioni destinate a consumarsi nel tempo. Li fanno tornare con la voce. Con le parole. Con quelle parole che appartengono a un luogo e che, proprio per questo, appartengono a tutti. A Baselice, nel giardino di Palazzo Lembo, è accaduto qualcosa che assomiglia a un piccolo miracolo civile. È tornato Alfonso Mascia.

È tornato attraverso il suo libro. È tornato attraverso il figlio Paolo, che ha raccolto il testimone e curato la nuova edizione del vocabolario baselicese. È tornato attraverso i ricordi di chi gli è stato accanto. È tornato attraverso la musica. È tornato attraverso gli studiosi. Ma soprattutto è tornato attraverso il suo popolo. Perché quella non è stata soltanto la presentazione di una ristampa. È stata una restituzione. Una restituzione alla comunità di qualcosa che le apparteneva già, ma che forse soltanto adesso ha ricominciato a comprendere fino in fondo. Le sue parole.

Quelle parole che Alfonso aveva inseguito per anni, ascoltando la gente, raccogliendo espressioni, interrogando la memoria, mettendo ordine in un patrimonio che rischiava di dissolversi con gli ultimi uomini e le ultime donne capaci di pronunciarlo. Forse qualcuno, allora, avrà anche pensato: perché? Perché tanto lavoro per un dialetto? Perché consumare tempo e fatica per vocaboli che sembravano appartenere a un mondo ormai destinato a scomparire? La risposta era dentro quelle pagine. Ed è arrivata molti anni dopo.

Con una forza che soltanto il tempo sa dare alle cose veramente importanti. Perché una parola che muore non porta via soltanto un suono. Porta via un pezzo di mondo. Alfonso Mascia questo lo aveva capito prima degli altri. Aveva capito che il dialetto non è una deformazione della lingua. È una lingua della memoria. È il luogo nel quale una comunità conserva il modo in cui ha amato, lavorato, sofferto, pregato, scherzato, litigato, cresciuto i propri figli. È la lingua delle cucine e delle piazze. Delle vigne e dei vicoli. Delle madri. Dei padri. Dei morti. Dei bambini.

È la lingua che non si studia soltanto sui libri perché, prima ancora, si ascolta. E se nessuno la raccoglie, lentamente scompare. Mascia la raccolse. La mise in salvo. Costruì, parola dopo parola, una sorta di grande Arca della memoria baselicese. E oggi quell’Arca è tornata a navigare. Nel luogo forse più bello nel quale avrebbe potuto farlo. Palazzo Lembo. Quella sera il giardino sembrava avere smesso di essere soltanto uno spazio architettonico per trasformarsi in una grande stanza senza pareti. Una stanza nella quale passato e presente potevano finalmente sedersi allo stesso tavolo.

Le luci. Le voci. La musica. La gente. E quelle parole che, per una notte, hanno smesso di essere vecchie. Sono diventate giovani. Sono diventate futuro. La professoressa Patrizia De Puiente, glottologa e dialettologa di fama internazionale, ha guidato il pubblico dentro questo universo con la competenza di chi conosce la scienza della lingua, ma anche con la sensibilità necessaria per comprendere che dietro ogni vocabolo vive un essere umano. E allora quelle parole sono sembrate davvero accendere le lucciole. Una dopo l’altra. Come se aspettassero da anni qualcuno capace di dare loro il segnale.

E il giardino di Palazzo Lembo si è illuminato non soltanto di luce. Di memoria. A rendere ancora più viva quella notte sono state le canzoni e la musica di Dionigi Bianco e Davide Canonico, insieme ai ricordi di Angelo Iampietro e Enzo Cocca tra i fondatori dell’allora Associazione Giovani Baselicesi. C’era Luciano Bonventre, assessore della Federazione Italiana Tradizioni Popolari.C’era Luca Cece, giovane laureato e ricercatore, volto di una generazione alla quale adesso spetta il compito più difficile: ricevere ciò che è stato consegnato e impedirne la dispersione.

E c’era Paolo Mascia. Il figlio. E qui la cultura ha cambiato improvvisamente volto. Perché raccontare un professore è una cosa. Raccontare un padre è un’altra. Chiunque può parlare dell’opera di un uomo. Soltanto un figlio può parlare del vuoto che quell’uomo ha lasciato dentro casa. Nel ricordo di Paolo c’era dunque il professore, certo. Ma prima ancora c’era il padre. L’uomo delle giornate condivise. Delle parole dette e di quelle rimaste sospese. Delle abitudini. Delle passioni. Delle assenze. E forse proprio per questo quel momento è stato uno dei più autentici della serata. Perché improvvisamente il libro non era più un oggetto. Era una vita.

Il sindaco Massimo Maddalena, aprendo l’incontro, ha dato voce alla soddisfazione dell’Amministrazione per la nuova edizione e, nel ripercorrere il valore dell’opera e della figura di Mascia, ha lasciato intravedere qualcosa che va oltre la semplice celebrazione. Una promessa. Nel segno di Alfonso potranno nascere nuove iniziative culturali. Ed è forse questa la maniera migliore per onorare un uomo di cultura. Non metterlo su un piedistallo. Ma continuare ciò che aveva cominciato. Perché un vero eredità non è ciò che si conserva. È ciò che si continua.

La nuova edizione del dizionario, destinata anche alle scuole e alla biblioteca, assume proprio per questo un significato che va ben oltre la ristampa. È una consegna. Agli adolescenti. Ai bambini. A chi magari oggi parla un’altra lingua, vive lontano, conosce il mondo attraverso uno smartphone, ma un giorno potrebbe aprire quelle pagine e trovare una parola che gli apparteneva senza saperlo. E in quella parola potrebbe ritrovare un nonno. Una nonna. Una casa. Un’estate. Una voce. Un odore. Una carezza.

Questo fanno le parole quando sono vere. Aprono porte che credevamo murate. Ed è qui che Baselice ha dato una lezione che va oltre Baselice. Perché viviamo in un tempo nel quale tutto corre. Le parole si accorciano. Le immagini si consumano. Le notizie durano un giorno. Le generazioni si allontanano. I paesi si svuotano. Le campagne tacciono. E ciò che ieri sembrava eterno rischia di diventare incomprensibile. In un tempo così, salvare un dialetto non è nostalgia. È resistenza. È dire che il progresso non deve necessariamente cancellare la memoria. È dire che possiamo andare lontano senza vergognarci del luogo da cui siamo partiti.

È dire ai nostri figli: queste parole erano dei vostri nonni. Ora sono anche vostre. E forse Alfonso Mascia aveva intuito proprio questo. Che la cultura, quando è autentica, non serve a farci sentire migliori degli altri. Serve a farci sentire meno soli. Serve a ricordarci chi siamo. Ecco perché quella sera, in fondo, Baselice non celebrava un professore. Celebrava sé stessa. Celebrava la propria capacità di ricordare. Di riconoscersi. Di ritrovarsi. Di non considerare la propria storia una cosa piccola soltanto perché è la storia di un paese piccolo. Perché non esistono storie piccole. Esistono soltanto storie che nessuno ha ancora raccontato abbastanza.

E Alfonso Mascia ha raccontato la sua. Con umiltà. Con ostinazione. Con amore. Ha raccolto le parole mentre il tempo cercava di portarle via. E ora il tempo, per una volta, è stato sconfitto. Non tutto è perduto. Anzi. Forse tutto comincia proprio adesso. Perché quando un figlio prende il libro del padre e lo riconsegna alla propria comunità, qualcosa accade. Il testimone passa.  La fiaccola cambia mano. Il morto smette di essere soltanto un ricordo. Diventa una presenza. Una responsabilità. Un futuro. E allora, se quella sera nel giardino di Palazzo Lembo c’erano lucciole, musica, applausi, studiosi, ricercatori, amministratori, amici e gente comune, forse non era soltanto per caso.

Forse era perché, per una notte, tutte le strade di Baselice conducevano nello stesso punto. A una parola. A un nome. A una memoria. Ad Alfonso. E mentre la notte scendeva sulle pietre antiche di Palazzo Lembo, il suo dizionario era lì. Aperto. Come una Bibbia laica. Come un libro delle origini. Come un’Arca appena tornata sulla terra dopo il diluvio. Dentro c’erano le parole. Ma dentro le parole c’era Baselice. E dentro Baselice c’erano quelli che sono venuti prima di noi. E quelli che verranno dopo. Forse è questa, alla fine, la vera immortalità. Non essere ricordati. Essere ancora necessari. Alfonso Mascia lo è.

Perché finché qualcuno aprirà quelle pagine, finché un ragazzo cercherà il significato di una parola, finché una nonna la riconoscerà con un sorriso, finché una voce la pronuncerà ancora una volta nel silenzio di una casa, Alfonso sarà lì. Non come un’ombra. Come una voce. E allora il paese potrà continuare a camminare. Avanti. Ma con le radici ben piantate nella terra. Perché si può andare lontano soltanto quando si sa da dove si viene. E Baselice, quella sera, lo ha ricordato al mondo. Ha ritrovato la propria voce. E quella voce aveva il volto di un professore. Il cuore di un padre. E il nome di un paese.

Baselice, 51 anni di Biennale: quando la cultura diventa una storia di comunità

Baselice, 51 anni di Biennale: quando la cultura diventa una storia di comunità

Eventi

Alcune manifestazioni durano nel tempo perché hanno trovato la formula vincente. Altre, invece, continuano perché c’è una comunità che, anno dopo anno, ha scelto di tenerle vive. La Biennale di Pittura di Baselice appartiene a questa seconda categoria. Cinquantuno anni di storia, ventisei edizioni e una capacità che, nel tempo, non si è affievolita ma sembra aver trovato nuova energia. La Biennale torna quest’anno con oltre trenta artisti arrivati da diverse parti d’Italia e con più di sessanta tele, realizzate anche durante l’estemporanea del 27 e 28 agosto, quando Baselice è tornata a essere, per due giorni, un grande laboratorio di pittura a cielo aperto.

È difficile raccontare una storia lunga più di mezzo secolo senza cadere nella retorica. E forse non serve. Perché 51 anni sono già un racconto. Sono le persone che hanno organizzato le prime edizioni, quelle che hanno partecipato, quelle che hanno accompagnato i propri figli a vedere i quadri, quelle che sono tornate dopo anni e hanno ritrovato la Biennale ancora lì. Sono generazioni che cambiano, amministrazioni che si succedono, artisti che arrivano e ripartono, ma anche una manifestazione che continua a trovare qualcuno disposto a raccoglierne il testimone.

Quest’anno quel testimone arriva nelle sale di Palazzo Lembo, uno dei luoghi simbolo di Baselice, dichiarato “Meraviglia Italiana”, che dall’1 all’8 settembre ospiterà le opere della Biennale. E qui il contenitore sembra quasi completare il contenuto. Palazzo Lembo non è soltanto una splendida cornice. È memoria, architettura, identità. Dentro quelle sale, le oltre sessanta tele diventano qualcosa di più di una semplice esposizione: sono diversi modi di guardare Baselice, il suo paesaggio, le sue persone, la sua storia. Perché l’arte, quando arriva in un piccolo paese, ha una caratteristica particolare: costringe tutti a guardare ciò che spesso si è abituati a vedere senza più osservare.

Un vicolo, una facciata, una collina, una luce del pomeriggio possono diventare improvvisamente importanti perché qualcuno li ha scelti come soggetto. Una Biennale che continua ad allargarsi La soddisfazione degli organizzatori è comprensibile. La partecipazione di oltre trenta artisti provenienti da diverse regioni italiane e il numero delle opere presentate dicono che la Biennale ha ormai superato i confini di Baselice. Ma sarebbe sbagliato leggere questo risultato soltanto in termini numerici. Il dato vero è un altro: un piccolo comune continua a riuscire ad attrarre persone attraverso la cultura. È una cosa tutt’altro che scontata. In un’epoca nella quale molti piccoli centri fanno fatica a trattenere giovani, attività e attenzione, Baselice continua a proporre un appuntamento che porta persone, idee, arte e relazioni. E questo merito non appartiene a una sola persona.

Va agli organizzatori, all’Amministrazione comunale, all’associazione Artemusa APS, agli sponsor, ai volontari e a tutti coloro che, in maniera più o meno visibile, hanno contribuito a costruire questa edizione. Una menzione particolare va a Enzo Cocca, che da anni mette insieme sensibilità artistiche, rapporti e capacità organizzativa. E tra gli sponsor c’è anche Enel, rappresentata da Antonio Pecchia, a conferma di una collaborazione tra realtà diverse che riconoscono nella cultura un investimento concreto sul territorio. Il sindaco Massimo Maddalena può dunque guardare a questa edizione con legittima soddisfazione. Non tanto per la dimensione raggiunta dall’evento, quanto per quello che essa racconta: Baselice non si limita a custodire una tradizione, la sta ancora facendo vivere.

Il 9 settembre la parola passa alla giuria. Il momento più atteso sarà quello del 9 settembre, quando nel cortile di Palazzo Lembo si terrà la premiazione. E qui arriverà il momento più difficile. Perché scegliere tra oltre sessanta opere non sarà semplice. La crescita della Biennale ha reso inevitabilmente più complesso il compito della giuria, chiamata a confrontarsi con tecniche, sensibilità e interpretazioni differenti. A comporla saranno Rossella Del Prete, Gennaro Petrecca ed Enzo Palma. Tre persone chiamate a fare quello che, in ogni concorso artistico, è probabilmente il lavoro più ingrato: scegliere. Dietro ogni tela c’è infatti una persona, una storia, una sensibilità. C’è il tempo trascorso davanti a una tela, il dubbio di cancellare e ricominciare, la soddisfazione di aver trovato finalmente una soluzione. Per questo un premio non è mai soltanto un riconoscimento. È soprattutto il momento in cui un artista sente che qualcuno ha saputo riconoscere il valore del suo lavoro. E sarà bello vedere, quella sera, la soddisfazione dei premiati. Perché anche la felicità, quando è autentica, è una parte importante dell’arte.

Un cortile pieno di ospiti e di idee. La premiazione non sarà soltanto un momento dedicato alla pittura. Nel cortile di Palazzo Lembo sono attesi ospiti di rilievo, a partire da Clemente Mastella e da suo figlio Pellegrino Mastella, dal presidente della Provincia di Benevento Nino Lombardi, dal già assessore regionale Felice Casucci e da Michele Cammarano. Presenze diverse per storia e ruolo, che possono trasformare la serata anche in un’occasione per ragionare del futuro. Perché dietro una Biennale di pittura c’è una questione più grande: che cosa possono ancora fare i piccoli comuni attraverso la cultura? La risposta di Baselice, almeno in questi 51 anni, è concreta. Possono creare appuntamenti capaci di attraversare le generazioni. Possono mettere in relazione artisti e cittadini. Possono valorizzare i propri luoghi. Possono costruire occasioni di incontro. Possono, soprattutto, smettere di considerarsi periferia quando hanno qualcosa da offrire. E Baselice qualcosa da offrire ce l’ha.

La musica per completare la festa. Poi ci sarà la musica. E anche questa non è una presenza marginale, perché una festa culturale, per essere veramente una festa, deve sapere parlare a linguaggi diversi. Quest’anno saranno protagonisti Gennaro De Crescenzo, cantante napoletano dalla forte identità artistica, e l’“inossidabile” Lino Rufo, che vive questa Biennale da una posizione particolare: presidente di Artemusa e musicista. Pittura e musica si incontreranno così nello stesso spazio, in una serata nella quale le tele lasceranno progressivamente spazio alle voci, alle note, agli incontri e alle conversazioni. E forse sarà proprio questo il momento nel quale la Biennale mostrerà il suo volto più autentico. Non quello ufficiale dei premi e degli interventi istituzionali, ma quello delle persone che si incontrano.

Il merito più grande: non essersi fermati. C’è una parola che forse descrive meglio di tutte questa Biennale: continuità. Non è una parola spettacolare. Non fa notizia come un record o un grande numero. Ma per una manifestazione culturale arrivare a 51 anni significa aver attraversato mezzo secolo senza smarrire il motivo per cui era nata. E questo merita rispetto. Perché organizzare un evento una volta può essere entusiasmo. Ripeterlo per qualche anno può essere determinazione. Continuare per 51 anni è una forma di responsabilità verso la propria comunità. Una responsabilità che Baselice ha raccolto e che oggi consegna alle nuove generazioni. La Biennale non ha bisogno di essere raccontata come un miracolo. E nemmeno di essere caricata di parole troppo grandi. Ha già i suoi artisti, le sue opere, il suo palazzo, i suoi organizzatori, i suoi volontari, i suoi sponsor e soprattutto il suo pubblico. Ha una storia. E ha ancora un futuro.

È questo il dato più bello della XXVI edizione: mentre le oltre sessanta tele aspettano di essere giudicate, la Biennale ha già conquistato il riconoscimento più importante. È ancora qui. A Baselice, dopo 51 anni, qualcuno continua a dipingere, qualcuno continua a organizzare, qualcuno continua a venire a vedere. E finché accadrà questo, la Biennale non sarà soltanto una manifestazione. Sarà, semplicemente, una parte viva della storia di Baselice.

Arte, memoria e identità: nuove rotte attraversano il Fortore

Arte, memoria e identità: nuove rotte attraversano il Fortore

Eventi
Al via oggi a Baselice la XXVI Biennale di Pittura. Il 29 e 30 Agosto a San Bartolomeo in Galdo il Festival “Rocky Marciano”: dopo i grandi appuntamenti musicali, continua il viaggio della 44ª Festa dell’Emigrante – “Rotte che si incontrano”.

Dalla musica alle arti visive, dalle feste popolari alla memoria: cambiano i linguaggi, ma continua il viaggio della 44ª Edizione della Festa dell’Emigrante – “Rotte che si incontrano”.

Oggi, Giovedì 27 Agosto, prende il via a Baselice la XXVI Biennale di Pittura, appuntamento che accompagnerà il territorio fino al 9 Settembre, aprendo una nuova fase del programma diffuso che sta attraversando il Fortore.

Dopo settimane caratterizzate da feste, tradizioni, enogastronomia e grandi eventi musicali, il progetto amplia così ulteriormente il proprio racconto attraverso l’arte e la cultura.

La Biennale rappresenta una nuova tappa di un percorso che mette in relazione Foiano di Val Fortore, Molinara, Castelvetere in Val Fortore, Reino, San Bartolomeo in Galdo, San Marco dei Cavoti e Baselice: sette comunità, ciascuna con la propria storia e la propria identità, riunite all’interno di una narrazione comune.

Un percorso che nei giorni scorsi ha vissuto alcuni dei suoi appuntamenti di maggiore richiamo.

Dopo i concerti dei Cugini di Campagna a Castelvetere in Val Fortore e di Clementino a Molinara, Mercoledì 26 Agosto San Bartolomeo in Galdo ha accolto Fred De Palma, aggiungendo un’altra tappa al viaggio musicale della manifestazione.

Ma “Rotte che si incontrano” nasce proprio per andare oltre il singolo evento.

Il filo conduttore della 44ª Festa dell’Emigrante resta il rapporto tra territorio, comunità e memoria: il racconto di paesi segnati storicamente dall’emigrazione, nei quali le partenze e i ritorni hanno costruito legami capaci di attraversare generazioni e distanze.

Andarsene. Tornare. Restare.

Tre possibilità, tre direzioni che nell’identità visiva della manifestazione sono rappresentate da uno stormo in movimento e dal falco pecchiaiolo, uccello migratore legato al territorio e scelto come elemento simbolico dell’intero progetto.

Se la Biennale di Pittura porta questo racconto sul terreno dell’arte, il prossimo fine settimana sarà invece la memoria a diventare protagonista.

Sabato 29 e Domenica 30 Agosto, infatti, il programma farà nuovamente tappa a San Bartolomeo in Galdo con il Festival “Rocky Marciano”.

Un altro tassello di una programmazione che sceglie volutamente linguaggi differenti per raccontare il Fortore: la musica e lo spettacolo, le arti visive, le tradizioni popolari, i prodotti della terra, la memoria e le storie che appartengono alle singole comunità.

Il calendario continuerà anche nel mese di Settembre. Sabato 5 Settembre, sempre a San Bartolomeo in Galdo, dalle ore 20:00 sarà la volta della Sagra del Pomodorino, mentre la Biennale di Pittura di Baselice continuerà fino al 9 Settembre.

Proseguiranno inoltre gli appuntamenti del Festival Internazionale di Musica da Camera “San Marco in Musica”, contribuendo ad accompagnare la 44ª Festa dell’Emigrante oltre il tradizionale calendario degli eventi estivi.

È proprio nella varietà degli appuntamenti che prende forma il significato di “Rotte che si incontrano”: non uniformare i sette paesi, ma mettere in relazione ciò che ciascuno di essi custodisce.

Ogni tappa aggiunge così un pezzo alla stessa mappa. Una mappa fatta di persone, paesi, partenze e ritorni. Di tradizioni che resistono e di nuovi linguaggi attraverso i quali continuare a raccontarle.

Sette paesi, infinite rotte: stormi di storie tra sapori e memorie. Un Fortore da vivere e ritrovare. La “44ª Edizione della Festa degli Emigranti – Rotte che si incontrano” è realizzata nell’ambito dell’Accordo per la Coesione della Regione Campania e finanziata con la Delibera CIPESS n. 70/2024 – Area tematica 06 Cultura.

Baselice| La XXVI Biennale di Pittura celebra 51 anni di arte, memoria e comunità

Baselice| La XXVI Biennale di Pittura celebra 51 anni di arte, memoria e comunità

Eventi

Dal 27 agosto al 9 settembre il borgo dell’Alto Sannio torna a essere una grande tela a cielo aperto. Il 9 settembre la premiazione, con i premi per categoria e i premi-acquisto.

Cinquantuno anni di storia, ventisei edizioni e un legame con il territorio che va ben oltre la semplice dimensione di una rassegna artistica. La Biennale di Pittura di Baselice torna dal 27 agosto al 9 settembre e lo fa in un momento particolarmente significativo per il piccolo centro dell’Alto Sannio beneventano, chiamato ancora una volta a trasformarsi in luogo d’incontro tra arte, paesaggio, memoria e comunità.

La XXVI edizione prenderà il via il 27 agosto con l’estemporanea di pittura, che proseguirà nella giornata del 28 agosto. Gli artisti saranno chiamati a percorrere le strade e i vicoli del centro storico, osservando e reinterpretando dal vivo scorci, architetture, paesaggi, persone e atmosfere di Baselice.

È proprio questa una delle caratteristiche più originali della Biennale: il paese non è soltanto lo scenario nel quale la manifestazione si svolge, ma diventa esso stesso materia dell’opera d’arte.

Il pittore arriva a Baselice, lo attraversa, lo osserva e ne restituisce una propria lettura. La stessa strada può diventare, attraverso occhi diversi, un paesaggio completamente nuovo. Una facciata, un campanile, un balcone, una persona incontrata lungo il percorso possono trasformarsi in una traccia capace di raccontare un’intera comunità.

La formula dell’estemporanea, dunque, conserva intatto il suo valore: dipingere dal vero significa confrontarsi con il tempo, con la luce che cambia, con l’imprevisto, con la necessità di compiere una scelta immediata. Significa soprattutto entrare in relazione con il luogo.

Palazzo Lembo, il luogo della memoria e della bellezza

Terminata l’estemporanea, l’attenzione si sposterà sullo splendido Palazzo Lembo, che dall’1 all’8 settembre ospiterà la mostra.

La scelta di Palazzo Lembo non è un semplice fatto logistico. L’edificio rappresenta infatti uno dei luoghi simbolo della storia di Baselice e, da anni, costituisce il naturale contenitore della Biennale.

Le opere dell’estemporanea dialogheranno con le opere da studio, creando un percorso nel quale il visitatore potrà confrontare due differenti modalità di concepire la pittura: da una parte il rapporto immediato con il territorio e con il momento creativo, dall’altra la ricerca maturata nel tempo, nello studio e nella riflessione dell’artista.

La XXV edizione, nel 2025, aveva già confermato la capacità della manifestazione di richiamare artisti da diverse regioni italiane e di proporre a Palazzo Lembo un’esposizione articolata in più sale. 

Quest’anno la Biennale torna dunque con l’ambizione di consolidare quel percorso e di trasformare ancora una volta Baselice in una sorta di laboratorio nazionale della pittura, nel quale professionisti, appassionati e amatori possono incontrarsi attorno alla comune ricerca del bello.

La giuria e il ricordo di Saverio Simi De Burgis

Particolarmente importante sarà il ruolo della giuria, che per questa XXVI edizione sarà presieduta dalla prof.ssa Rossella Del Prete, figura di rilievo nel panorama culturale sannita e componente della giuria già nella precedente edizione.

La sua presenza alla guida della commissione assume un significato ulteriore perché si colloca nel solco del lavoro avviato insieme a Saverio Simi De Burgis, critico e studioso d’arte, accademico delle Belle Arti di Venezia e presidente della giuria della XXV Biennale.

Simi De Burgis è scomparso prematuramente nel 2026, lasciando un vuoto profondo nel mondo culturale e, in particolare, tra quanti avevano condiviso con lui il progetto della Biennale di Baselice. Le fonti che hanno raccontato la sua scomparsa ricordano come fosse già impegnato nella preparazione della XXVI edizione e nel nuovo bando della manifestazione. 

Il suo ricordo non sarà quindi un semplice momento celebrativo, ma parte integrante della storia di questa edizione.

Simi De Burgis aveva contribuito a dare alla Biennale una prospettiva più ampia, nella quale la pittura non fosse soltanto concorso, ma strumento di conoscenza, confronto e crescita culturale.

La sua assenza renderà inevitabilmente diversa questa edizione, ma proprio per questo la sua presenza nella memoria collettiva della manifestazione sarà ancora più forte.

Il 9 settembre la grande serata finale

Il momento conclusivo è fissato per mercoledì 9 settembre, alle ore 18, quando Palazzo Lembo ospiterà la cerimonia di premiazione.

Sarà l’appuntamento nel quale verranno proclamati i vincitori delle diverse categorie previste dalla Biennale, con il riconoscimento agli artisti che la giuria avrà ritenuto maggiormente meritevoli.

La distinzione tra estemporanea e opere da studio consente di valorizzare due differenti percorsi artistici e di restituire alla competizione una lettura più articolata. Non si tratta infatti di mettere semplicemente a confronto opere differenti, ma di riconoscere la specificità delle diverse esperienze creative.

La XXV edizione aveva previsto premi per i primi tre classificati nelle due sezioni, estemporanea e opere da studio, e la cerimonia del 2025 aveva visto la proclamazione di sei vincitori complessivi. 

Anche quest’anno la serata del 9 settembre sarà quindi il punto d’arrivo di un percorso iniziato con i pennelli nelle strade del paese e proseguito nelle sale di Palazzo Lembo.

I premi-acquisto: quando il riconoscimento diventa patrimonio

Particolarmente significativo sarà inoltre il conferimento dei premi-acquisto, che rappresentano una delle caratteristiche storiche più interessanti della Biennale di Baselice.

Il premio-acquisto ha infatti una natura diversa dal semplice riconoscimento economico: non si limita a celebrare l’artista vincitore, ma consente all’opera premiata di rimanere legata alla comunità.

La storia della Biennale testimonia come i premi-acquisto abbiano contribuito alla formazione del patrimonio artistico comunale. Già nelle edizioni precedenti era previsto che le opere selezionate attraverso i premi entrassero nel patrimonio della pinacoteca comunale; nel 2013, ad esempio, furono previsti tre premi-acquisto e le opere premiate erano destinate a rimanere nella collezione pubblica. 

È un meccanismo culturalmente importante perché trasforma la competizione in patrimonio permanente.

L’artista viene premiato, ma contemporaneamente Baselice acquisisce una nuova testimonianza della propria storia culturale.

Ed è proprio qui che la Biennale assume una dimensione che va oltre l’evento annuale: ogni edizione lascia qualcosa alla successiva.

Una pinacoteca costruita nel tempo

La tradizione della manifestazione ha contribuito negli anni alla costituzione di una consistente raccolta di opere. Già nel 2011 veniva ricordato come il Comune avesse creato, attraverso la Biennale, una pinacoteca con oltre duecento opere.  Questo elemento merita particolare attenzione.

In un’epoca nella quale molti piccoli comuni delle aree interne sono costretti a interrogarsi sulla propria capacità di conservare memoria e identità, una collezione costruita attraverso decenni di manifestazioni artistiche rappresenta un patrimonio non soltanto estetico, ma anche storico e civile.

Ogni quadro conserva infatti una doppia memoria: quella dell’artista che lo ha realizzato e quella del luogo che ha scelto di custodirlo.

La Biennale, sotto questo profilo, diventa una forma di archivio visivo di Baselice e del suo territorio.

L’arte come risposta allo spopolamento

È anche per questo che la XXVI Biennale può essere letta come qualcosa di più di un appuntamento culturale.

Baselice appartiene a quell’area interna sannita nella quale il tema dello spopolamento, della partenza dei giovani e della progressiva perdita di servizi e presenze rappresenta una delle grandi questioni del presente.

La Biennale propone, in maniera concreta, una risposta diversa: mettere il territorio al centro della cultura.

Non si tratta di negare le difficoltà, ma di contrastarle attraverso la capacità di un luogo di raccontarsi, di attrarre persone, di produrre relazioni e di conservare memoria.

La cultura diventa così una forma di “restanza”: non una semplice resistenza passiva allo spopolamento, ma la capacità di trasformare ciò che si possiede — storia, paesaggio, architettura, tradizioni, persone — in un motivo per restare, tornare e incontrarsi.

La stessa esperienza della XXV edizione era stata interpretata dagli organizzatori come uno strumento di rilancio culturale delle aree interne e di contrasto allo spopolamento. 

Una comunità che si ritrova

La Biennale, del resto, non vive soltanto degli artisti.

Vive dei cittadini che aprono le proprie strade agli artisti, di chi osserva un pittore lavorare davanti a una casa, di chi entra a Palazzo Lembo per vedere una mostra, di chi torna a Baselice durante l’estate dopo aver trascorso gran parte dell’anno lontano.

È in questo intreccio che l’evento acquista il suo significato più profondo.

Il paese diventa contemporaneamente soggetto, pubblico e custode dell’arte.

E il 9 settembre, quando verranno consegnati i premi, saranno celebrati certamente gli artisti, ma anche una comunità che da oltre mezzo secolo continua a credere nel valore della cultura.

Un progetto che guarda al futuro

La XXVI edizione è promossa dall’APS Artemusa, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale di Baselice, guidata dal sindaco Massimo Maddalena, con il sostegno degli sponsor, e delle realtà associative che contribuiscono alla realizzazione della manifestazione. Anche quest’anno l’Enel garantisce la sua partecipazione attiva. La Regione Campania inserendo la Biennale nel registro delle manifestazioni meritevoli ha garantito il sostegno grazie ad un Bando che ha visto premiare il progetto” Rotte che si incontrano”.

Il programma conferma così una formula capace di unire arte, promozione territoriale e partecipazione.

Dal 27 agosto, quando i pittori occuperanno con cavalletti e tele le strade del centro storico, fino al 9 settembre, quando Palazzo Lembo ospiterà la cerimonia conclusiva, Baselice sarà ancora una volta un paese da attraversare con occhi diversi.

Perché il valore della Biennale non sta soltanto nel quadro che alla fine riceverà il premio.

Sta anche nello sguardo che ogni artista restituisce al paese.

Sta nella possibilità che un visitatore riconosca, dentro una tela, un angolo che aveva sempre visto senza mai osservarlo davvero.

Sta nella capacità di un’opera di fermare il tempo.

E sta, infine, nella scelta di una comunità di continuare a investire nella bellezza come strumento di identità e di futuro.

Il 9 settembre, a Baselice, non saranno quindi premiati soltanto dei dipinti. Sarà premiata un’idea: quella secondo cui un piccolo borgo può continuare a generare cultura, custodire memoria e diventare, attraverso l’arte, un luogo nel quale tornare.

Baselice costruisce ponti: successo la XX edizione del Festival Internazionale del Folklore

Baselice costruisce ponti: successo la XX edizione del Festival Internazionale del Folklore

Eventi

Nella notte del ventesimo Festival Internazionale del Folklore, Baselice ha fatto dell’alba un confine da attraversare insieme. Dal Perù agli Stati Uniti, dalla Georgia al Brasile, fino all’Italia, lingue, costumi, ritmi e memorie diverse si sono incontrati nella stessa piazza. E per qualche ora il mondo, quello vero, è sembrato possibile: senza muri, senza eserciti, senza distanze. Solo uomini e donne capaci di riconoscersi nella musica, nella danza e nella propria storia.

Ci sono notti nelle quali un paese smette di essere soltanto un paese. Succede quando una piazza si riempie di uomini arrivati da lontano, quando le lingue si confondono, quando un tamburo comincia a battere e nessuno domanda più da dove venga chi sta danzando. Succede quando la tradizione, invece di chiudersi nella nostalgia, spalanca le porte al mondo.

A Baselice è accaduto questo. La ventesima edizione del Festival Internazionale del Folklore ha avuto il respiro delle grandi occasioni e, insieme, qualcosa di profondamente antico: il bisogno degli uomini di ritrovarsi intorno a un fuoco, reale o simbolico, per raccontarsi chi sono. La festa ha attraversato la notte fino all’alba, lasciando nella piazza l’impressione di un sogno collettivo. Un sogno nel quale il Perù, gli Stati Uniti, la Georgia, il Brasile e l’Italia non erano più punti lontani su una carta geografica, ma frammenti di un’unica, gigantesca geografia umana.

Baselice, terra dell’Alto Sannio affacciata sul Fortore, porta nella propria storia il peso e il fascino delle stratificazioni: il territorio è legato alla memoria dell’antica Murgantia, città sannitica che la tradizione storica colloca nei pressi dell’attuale paese e che Tito Livio ricorda come una valida urbs. È quasi come se quella terra, abituata da secoli a custodire le tracce di popoli e passaggi, avesse deciso ancora una volta di trasformare il proprio passato in un luogo d’incontro.

E allora la piazza si è fatta ponte. Un ponte di Pace costruito non con pietre, ma con passi di danza, abiti colorati, voci, tamburi, fisarmoniche, sorrisi. Un ponte fragile e potentissimo, perché costruito dagli uomini e non dalle diplomazie. Perché il folklore, quando non viene imbalsamato e trasformato in cartolina, è una forma di resistenza alla solitudine dei popoli. È memoria che cammina. È identità che incontra un’altra identità senza sentirsi minacciata. È diversità che non chiede di essere cancellata, ma ascoltata.

La serata ha preso avvio con la Marcia della Pace, con i rappresentanti dei gruppi a portare simbolicamente nella grande piazza un messaggio che appartiene a tutti. E mentre il mondo continua a parlare il linguaggio delle guerre, delle contrapposizioni e delle frontiere, Baselice ha scelto una grammatica diversa: quella dell’aggregazione. Non una Pace pronunciata soltanto nei discorsi, dunque, ma una Pace fatta di presenza. Di persone che si stringono. Di popoli che si guardano negli occhi. Di culture che salgono sullo stesso palco. Il paradosso è magnifico: proprio mentre in molte parti del pianeta le differenze diventano motivo di conflitto, a Baselice le differenze sono diventate spettacolo, bellezza, conoscenza. Quello che altrove divide, qui ha unito.

E non è la prima volta che il Festival Murgantia affida al folklore questo compito. Già la XIX edizione aveva portato in piazza gruppi provenienti da Messico, Armenia e Martinica, accompagnati dalla musica di Lino Rufo e dal progetto dedicato allo scrittore e poeta molisano Giose Rimanelli. Una continuità che dice molto della vocazione della manifestazione: fare di Baselice una finestra spalancata sul mondo.

Ad aprire lo spettacolo, in questa notte sospesa, è stato prprio Lino Rufo, con le ballate dedicate a Giose Rimanelli, scrittore, poeta e saggista molisano. Una scelta che sembrava cucita addosso al senso della serata: parlare della partenza, della lontananza, del rapporto mai reciso con la propria terra. Perché chi parte non smette necessariamente di appartenere. A volte, anzi, porta con sé un paese intero. E in quelle canzoni c’era proprio questo: la nostalgia non come debolezza, ma come filo invisibile capace di unire chi è rimasto a chi è andato via.

Poi la piazza ha cominciato a vivere di altri ritmi. I gruppi sono entrati nel cuore della notte con i loro canti e le loro danze, trascinando sul palco la forza delle rispettive tradizioni. A raccontarli, con la consueta capacità evocativa, Maurizio Varriano, che ha accompagnato il pubblico dentro un viaggio nel quale ogni costume diventava una storia, ogni movimento una lingua, ogni ritmo un pezzo di mondo.

C’è stata la goliardia, certo. Ci sono stati gli applausi. La felicità semplice e contagiosa dello stare insieme. Ma soprattutto c’è stata la sensazione che, per una notte almeno, le distanze geografiche avessero smesso di esistere. Migliaia di persone hanno occupato la piazza, resa ancora più suggestiva dalla nuova facciata del municipio, diventata lo sfondo di un palcoscenico che sembrava affacciarsi direttamente sul mondo. E mentre la musica attraversava la notte, il pubblico ha restituito agli artisti quella che forse è la forma più autentica di riconoscimento: l’applauso. Un applauso che non era soltanto per una danza ben eseguita. Era per il diritto di ogni popolo a custodire la propria memoria. Era per la possibilità di incontrare l’altro senza paura. Era, in qualche modo, un applauso alla Pace.

La Federazione Italiana Tradizioni Popolari nasce dentro questa idea di tutela, trasmissione e valorizzazione del patrimonio immateriale. Ma oggi quella missione appare ancora più attuale: conservare le tradizioni non significa soltanto guardare indietro. Significa consegnare alle nuove generazioni strumenti per stare nel mondo senza perdere le proprie radici. E forse è proprio qui che il folklore smette definitivamente di essere soltanto folklore. Diventa educazione alla convivenza. Diventa diplomazia popolare. Diventa memoria condivisa. Diventa una possibilità. Perché un costume tradizionale può raccontare la storia di un popolo, ma quando quel popolo lo indossa davanti a un altro popolo e insieme si mette a danzare, allora la tradizione diventa futuro. La notte di Baselice ha avuto anche un altro significato, più intimo e più doloroso.

Quello della propria identità paesana da ritrovare. Nelle parole del sindaco Massimo Maddalena, accompagnato dall’amministrazione comunale nelle premiazioni, e in quelle intense di Enzo Cocca, presidente dell’associazione Murgantia, è emersa la volontà di riaccendere l’attenzione sul gruppo folklorico locale, oggi fermo, e sulla necessità di restituirgli una nuova vita. È un passaggio tutt’altro che marginale. Perché non si può chiedere al mondo di incontrarsi se prima non si è capaci di riconoscersi nella propria casa. Il folklore internazionale diventa così anche uno specchio nel quale Baselice può tornare a guardarsi. E in quello specchio non c’è soltanto ciò che è stato. C’è ciò che può ancora essere.

Tra gli ospiti anche il sindaco di San Marco dei Cavoti, Angelo Marino, che ha partecipato con simpatia e calore a una serata nella quale le istituzioni hanno avuto finalmente il volto più semplice della festa: quello di chi applaude, si emoziona, si lascia coinvolgere. Poi, lentamente, la notte ha cominciato a cedere. Le luci hanno continuato a illuminare il palco mentre il cielo cambiava colore. E forse è proprio nell’ora dell’alba che questa ventesima edizione ha trovato il suo significato più profondo. Perché l’alba è sempre una promessa. Arriva dopo il buio, senza domandare quanto sia stato lungo. E Baselice, quella notte, l’ha aspettata cantando. L’ha aspettata ballando. L’ha aspettata insieme. Come se il mondo intero fosse stato convocato in quella piazza per ricordare una cosa elementare che troppo spesso dimentichiamo: nessun popolo vive davvero da solo.

Le radici non servono a separarci. Servono a darci la forza per incontrare gli altri. E forse il vero miracolo del folklore è proprio questo: non cancellare le differenze, ma farle danzare insieme. Così il Perù ha incontrato l’Italia, gli Stati Uniti la Georgia, il Brasile il cuore del Sannio. E ognuno ha portato qualcosa, lasciando qualcosa. Un gesto, una musica, un colore, una parola, un ritmo. Alla fine, ciò che resta non è la classifica di uno spettacolo. Non è il gruppo più applaudito. Non è neppure la fotografia di una serata riuscita. Resta il ponte. Quello costruito ostinatamente da uomini che hanno scelto di camminare verso altri uomini. E resta una piazza di Baselice che, per una notte, è sembrata non avere confini. Forse è questo il vero concetto del folklore. Non rappresentare il mondo. Ricucirlo. Non raccontare soltanto da dove veniamo. Ricordarci dove possiamo ancora andare. Insieme.

Baselice festeggia XX anni di Festival Internazionale del Folklore

Baselice festeggia XX anni di Festival Internazionale del Folklore

Eventi

Ci sono sere d’estate che passano. E poi ce ne sono alcune che restano. Restano nelle fotografie, nei racconti, nei ricordi di chi c’era. Restano nella voce di un anziano che, anni dopo, racconta a un bambino di quella musica arrivata da lontano, di quei costumi, di quella piazza improvvisamente diventata mondo. A Baselice, l’11 agosto, accadrà ancora.

Alle 20.30 la piazza principale del paese tornerà a riempirsi di suoni, colori, passi e memorie per la XX edizione del Festival Internazionale del Folklore. Ma sarebbe riduttivo chiamarlo soltanto festival. Perché ci sono manifestazioni che appartengono al calendario e altre che, lentamente, finiscono per appartenere all’identità di un luogo. Questa appartiene a Baselice.

Vent’anni sono una lunga misura del tempo. Abbastanza lunga perché un bambino che guardava il palco oggi possa essere adulto. Abbastanza lunga perché un volto possa scomparire dalle fotografie e una nuova generazione possa raccogliere il testimone. Abbastanza lunga, soprattutto, per comprendere che una tradizione non è tale perché si ripete, ma perché continua ad avere qualcosa da dire.

E il Festival di Baselice, dopo vent’anni, qualcosa da dire lo ha ancora. Lo dice attraverso la danza. Lo dice attraverso la musica. Lo dice attraverso i costumi. Lo dice attraverso la presenza di popoli che arrivano da continenti lontani e che, per una notte, depongono sulla stessa piazza il proprio patrimonio di memoria. Stati Uniti, Brasile, Georgia, Perù e Italia.

Cinque Paesi. Cinque mondi. Cinque storie. Eppure nessun muro. Perché la cultura popolare ha una caratteristica che la storia ufficiale spesso dimentica: non ama i confini. Una melodia può attraversare un oceano. Un ritmo può sopravvivere a una guerra. Una danza può passare dai piedi di una generazione a quelli della successiva. Un costume può raccontare, senza pronunciare una sola parola, la geografia, il lavoro, la religione, le feste, le sofferenze e le speranze di un popolo.

Il folklore è la storia quando smette di essere raccontata dai potenti e comincia a essere raccontata dalla gente. È il mondo visto dal basso. Dalle case. Dai cortili. Dalle campagne. Dalle piazze. È la storia delle persone comuni che, senza sapere di compiere un atto di resistenza culturale, hanno continuato a cantare le proprie canzoni, a ballare le proprie danze, a indossare i propri abiti, a tramandare gesti. Hanno continuato a ricordare. E ricordare, oggi, è diventato quasi un atto rivoluzionario. Viviamo in un tempo che consuma tutto rapidamente. Le immagini durano pochi secondi, le notizie poche ore, le mode una stagione. Il folklore procede invece con un passo diverso. Un passo lento. Ostinato. Quasi testardo.

È il passo della memoria. E forse non è casuale che ad aprire la manifestazione sia, ancora una volta, la Sfilata della Pace. In un mondo attraversato da guerre, contrapposizioni, paure e incomprensioni, cinque culture si incontreranno a Baselice per ricordare una cosa elementare e insieme difficilissima: si può essere diversi senza essere nemici. Anzi. È proprio nella diversità che può nascere la conoscenza. La pace non è soltanto l’assenza di guerra. È anche la capacità di ascoltare il racconto dell’altro. Di guardare un costume e domandarsi quale storia custodisca. Di ascoltare una musica e provare a comprenderne l’anima. Di vedere una danza e accettare che esistano modi diversi di celebrare la vita.

La Sfilata della Pace sarà dunque molto più di un’apertura. Sarà un manifesto. Una dichiarazione affidata non alle parole dei diplomatici, ma ai corpi dei danzatori. E quale messaggio potrebbe essere più potente? Uomini e donne provenienti da Paesi diversi che camminano insieme. Non per cancellare le proprie identità. Ma per mostrarle. Perché la pace non chiede di diventare uguali. Chiede di riconoscersi. In questo viaggio dentro la memoria, Baselice non è uno sfondo. È protagonista.

Un piccolo paese che, per una notte, dimostra quanto possa essere grande un luogo quando possiede qualcosa da raccontare. Qui il festival è cresciuto grazie alla passione della storica AGB, in collaborazione con il Gruppo Murgantia, il Comune di Baselice e la Pro Loco. Dietro una serata di spettacolo ci sono mesi di lavoro. Ci sono persone che preparano, organizzano, accolgono, attendono, costruiscono. Ci sono mani che spesso non finiscono nelle fotografie, ma senza le quali nessuna fotografia potrebbe esistere. Ci sono comunità che investono tempo e passione nella convinzione che la cultura non sia un lusso, ma una necessità.

A sostenere la manifestazione sono BCC, Le Janare, IVPC e Chiusolo Costruzioni, mentre il patrocinio della Federazione Italiana Tradizioni Popolari ne conferma il valore nel panorama della cultura folkloristica nazionale. A condurre la serata sarà il giornalista e autore televisivo Maurizio Varriano. Ma il vero presentatore, quella sera, sarà il tempo. Sì, il tempo. Perché sarà il tempo a mettere davanti agli occhi del pubblico tutto ciò che vent’anni di festival hanno costruito. Vent’anni di incontri. Vent’anni di ritorni. Vent’anni di volti. Vent’anni di musica. Vent’anni di memoria.

E vent’anni sono abbastanza per capire che una manifestazione può diventare patrimonio non soltanto quando viene riconosciuta dalle istituzioni, ma quando entra nel cuore delle persone. Quando qualcuno dice: “Io quella sera c’ero.” Quando un bambino conserva un ricordo che non sa ancora spiegare. Quando una fotografia, anni dopo, torna fuori da un cassetto. Quando una musica riaccende improvvisamente un’estate. È così che nasce la memoria collettiva. Non nei grandi monumenti. Ma nei piccoli dettagli. Forse, mentre sulla piazza cominceranno a muoversi i gruppi folkloristici, qualcuno guarderà soltanto la bellezza dei costumi. Qualcun altro ascolterà la musica. Qualcuno batterà le mani. Qualcuno sorriderà.

Ma ci sarà anche chi, magari senza rendersene conto, sentirà arrivare da quelle danze qualcosa di molto antico. La propria storia. Perché il Perù, il Brasile, la Georgia, gli Stati Uniti e l’Italia non sono soltanto Paesi. Sono migliaia di storie individuali. Sono nonni. Sono madri. Sono bambini. Sono partenze e ritorni. Sono lavori, feste, dolori, speranze. Sono uomini e donne che hanno cercato, in ogni epoca, un modo per dare un senso al proprio stare al mondo. E hanno trovato nella musica e nella danza uno dei linguaggi più antichi per farlo.

Per questo il folklore emoziona. Perché prima ancora di essere spettacolo, è riconoscimento. Riconosciamo nell’altro qualcosa che appartiene anche a noi. Il bisogno di festeggiare. Il bisogno di piangere. Il bisogno di ricordare. Il bisogno di stare insieme. Baselice, allora, per una notte non sarà soltanto un paese del Sannio. Sarà un piccolo punto luminoso su una mappa immensa. Una piazza nella quale cinque Paesi verranno a raccontarsi.

E forse sarà proprio questo il senso più profondo di una manifestazione nata vent’anni fa e capace ancora oggi di rinnovare il proprio incanto. Resistere all’oblio. In tempi nei quali tutto corre, il festival sceglie di fermarsi. Di ascoltare. Di ricordare. Di dare ancora valore a ciò che viene da lontano. Perché una comunità che perde la memoria perde anche una parte della propria capacità di immaginare il futuro. E allora bisogna custodire. Custodire le danze. Custodire le musiche. Custodire le parole. Custodire i costumi. Custodire le storie. Non per vivere nel passato. Ma per non arrivare al futuro senza sapere da dove veniamo.

L’11 agosto, quando la piazza sarà piena e la musica comincerà a salire, Baselice celebrerà dunque i suoi vent’anni. Ma in realtà celebrerà qualcosa di ancora più grande. Celebrerà la possibilità che la memoria continui ad avere un corpo. Un corpo che danza. Celebrerà la possibilità che un piccolo paese possa ancora diventare luogo d’incontro. Celebrerà la possibilità che cinque popoli possano raccontarsi senza sopraffarsi. Celebrerà la pace come gesto concreto di incontro.

E quando l’ultima nota si perderà nella notte e le luci cominceranno lentamente a spegnersi, resterà ciò che nessun palco può cancellare. Resterà la memoria. Quella che non fa rumore. Quella che si deposita piano. Quella che, magari dopo molti anni, torna improvvisamente a galla attraverso una musica, un’immagine, un profumo, un passo. E allora qualcuno dirà: “Io quella sera c’ero.”

Ed è proprio lì che un festival diventa storia. Perché le manifestazioni finiscono. Le feste finiscono. Le musiche finiscono. Ma se qualcuno le ricorda, non sono mai davvero finite. A Baselice, da vent’anni, la memoria continua a danzare. L’11 agosto tornerà a farlo. E forse, guardando quella piazza, capiremo ancora una volta che le radici non sono ciò che ci tiene fermi. Sono ciò che ci permette di riconoscere il vento. E di andare lontano, senza dimenticare mai da dove siamo partiti.

Operai Forestali, Spina (Pres. Com. Montana del Fortore) risponde a Cirocco e Ferella

Operai Forestali, Spina (Pres. Com. Montana del Fortore) risponde a Cirocco e Ferella

Politica

Il presidente della Comunità Montana del Fortore, Zaccaria Spina anche a nome della Giunta Esecutiva, ha inteso rispondere ai consiglieri di minoranza di Molinara e Baselice, Rocco Cirocco e Lucio Ferella, in merito alle considerazioni espresse sull’annosa questione degli operai forestali.

“Non è la prima volta – spiega Spina – che i consiglieri di minoranza di Molinara e Baselice intervengono sull’argomento senza alcuna conoscenza della materia su cui discettano. In precedenza abbiamo preferito lasciarli fare e non replicare, onde evitare di esporli a brutte figure e trattandosi di fatti e questioni note a tutti. Ma visto che insistono, ci vediamo obbligati a delle precisazioni rispetto a quanto riferiscono, perché le loro sono esternazioni false e assolutamente infondate, che peraltro dimostrano una totale ignoranza dell’argomento”.

“Premesso – precisa il numero uno dell’ente montano fortorino – che nessuno ha pensato di far passare per ‘regalo o concessione’ il pagamento dei mesi fino a settembre, ma semplicemente si tratta di comunicare l’ennesima anticipazione di propri fondi di bilancio visto che tutti i 25 enti delegati non hanno percepito nemmeno un centesimo sul progetto in corso 2025. E questo sicuramente non per inadempienti del nostro ente così come ampiamente condiviso con gli operai, sindacati, Prefettura e la Regione Campania stessa nei mesi scorsi”.

“Il buonsenso e soprattutto la correttezza istituzionale – prosegue Spina – imporrebbero a costoro di dedicare una piccola parte del loro tempo per informarsi o recarsi presso gli uffici ad acquisire documentazione o inoltrare richieste di accesso agli atti, anziché aggiungersi al ridondante coro di chi strumentalizza questioni così delicate. Ebbene, da accurati approfondimenti fatti, ci risulta che Cirocco e Ferella non abbiano mai avuto l’accortezza di fare alcuna verifica. Essi parlano nella più totale ignoranza della questione”.

“Lo stato dell’arte sulla vicenda degli stipendi degli operai forestali è di pubblico dominio, e francamente – aggiunge il presidente della Comunità Montana del Fortore – dispiace che un raggruppamento politico nei riguardi del quale nutriamo profondo rispetto e particolare stima come Sinistra Italiana, venga trascinato da suoi esponenti in polemiche vacue e strumentali. La Comunità Montana del Fortore, versa in questa condizione così come tutti i 25 enti delegati (20 Comunità Montane e 5 Province), anche se, rispetto agli altri, grazie agli sforzi profusi da questa amministrazione, siamo messi un po’ meglio degli altri sia rispetto agli adempimenti amministrativi e burocratici, sia come anticipazioni effettuate”.  

“Il nostro ente è perfettamente in regola con tutte le rendicontazioni pregresse (2018, 2020, 2021, anni per i quali vantiamo ancora crediti dalla Regione ed abbiamo modificato la modalità di trasmissione del saldo finale del 2024 solo  per velocizzare parte degli accrediti). Questa Comunità Montana inoltre (tra le primissime se non la prima in Campania) ha approvato sin da giugno la progettazione esecutiva Forestazione  2025 e 2026 avendo già trasmesso da ottobre le ultime integrazioni richieste.

Il problema vero – conclude Spina – è nella scarsa compatibilità tra le fonti di finanziamento e l’esigenza dello stipendio mensile. Pertanto, piuttosto che dire stupidaggini, i consiglieri di minoranza di Molinara e Baselice potrebbero approfittarne per impegnare i propri rappresentanti in Regione Campania a sollevare la questione, per cercare di far ricadere gli emolumenti sul Bilancio regionale oppure trovare nuove fonti di finanziamento”.

Ambiente, Ferella: “Così il Ddl cave rischia di trasformare la natura in merce”

Ambiente, Ferella: “Così il Ddl cave rischia di trasformare la natura in merce”

Politica

Riceviamo e pubblichiamo la nota stampa a firma di Lucio Ferella, ex sindaco di Baselice.

“Il nuovo disegno di legge regionale sulle cave e le estrazioni dai fiumi non è una norma “tecnica”: è una scelta politica che riguarda il futuro dei nostri territori.

Infatti dietro la promessa di sicurezza idraulica e riqualificazione, il testo apre la porta alla vendita di sabbia e ghiaia fluviale, a garanzie economiche dimezzate per il recupero delle cave e a deroghe che permettono nuove aperture in aree fragili. Tradotto: più cave, più estrazioni, meno tutele per fiumi, coste e paesaggi.

Questo è quanto contenuto nel disegno di legge regionale “Disposizioni in materia di estrazioni dai corsi d’acqua, riqualificazione delle cave e contributi e polizze per attività estrattiva”, che modifica la storica legge 54 del 1985 sulle attività estrattive in Campania. Alla vigilia delle elezioni di novembre, la Giunta regionale porta in aula un disegno di legge che modifica la normativa sulle cave e introduce nuove regole per le estrazioni dai corsi d’acqua. Il titolo promette “riqualificazione” e “sicurezza idraulica”, ma il contenuto solleva più di un allarme: sembra più un provvedimento di fine mandato che un atto di visione a lungo termine.

Il DDL consente di asportare sabbia e ghiaia dai fiumi per migliorare il deflusso delle acque, ma prevede che il materiale in esubero possa essere ceduto anche a titolo oneroso. Una porta spalancata alla commercializzazione dei sedimenti fluviali, con il rischio di alterare irreversibilmente gli equilibri degli alvei. E allora perché non prevedere un divieto esplicito, salvo eccezioni giustificate da VIA (obbligatoria sopra una certa soglia) e bilancio sedimentario? Si legge altresì nel testo del DDL che le garanzie finanziarie richieste alle imprese coprono solo il 50% dei costi di ripristino ambientale: troppo poco per evitare che, alla fine, i cittadini paghino il conto. Perché non una copertura al 100% + 20% per contingenze, vincolata fino al collaudo ambientale?

Le deroghe transitorie e le delocalizzazioni, presenti nel testo del DDL, rischiano di tradursi in nuove cave “mascherate”, senza adeguati vincoli paesaggistici o idrogeologici. Quali motivi hanno impedito di prevedere limiti volumetrici chiari, divieto in aree protette o fragili e consultazione pubblica obbligatoria?Le uniche voci che si sono alzate in questi giorni sono quelle delle associazioni ambientaliste di Legambiente e WWF.

Ma guai a pensare che tutto questo non riguardi il Sannio. I dati pubblicati da Confindustria Benevento sono impietosi. La lunga galleria idraulica Campolattaro-Ponte a valle dell’invaso sul fiume Tammaro prevede un fabbisogno estrattivo di 1.300.000 mc, che se sommato ad altre opere che interessano il Sannio come i lavori AV/AC Napoli-Bari, l’ANAS telesina + fortorina, l’asse attrezzato Valle caudina-Pianodardine e vari interventi dell’Alto Tammaro totalizzano una necessità di circa 10.350.000 mc di materiale da cava.

Insomma, un tempismo discutibile. Colpisce soprattutto il contesto politico: perché presentare un disegno di legge così delicato alla vigilia del voto? La sensazione è che, sotto il vessillo della sicurezza idraulica e del recupero delle cave, si voglia accelerare per garantire nuove opportunità agli operatori del settore, lasciando al futuro Consiglio il compito di gestirne le conseguenze ambientali.

Chi governa oggi ha il dovere di non scaricare sul domani i costi ambientali di scelte affrettate. Il DDL può ancora essere corretto con emendamenti mirati che bilancino interessi economici e tutela del territorio. Diversamente, rischia di passare alla storia non come una legge di riqualificazione e sicurezza ambientale, ma come l’ultimo scavo di fine legislatura.”