Casinò online in Italia: come è cambiata la legge dal 2006 a oggi

Casinò online in Italia: come è cambiata la legge dal 2006 a oggi

AttualitàDall'Italia

La storia della regolamentazione dei casinò online in Italia è la storia di un settore passato in meno di vent’anni dall’illegalità di fatto a uno dei mercati più normati e selettivi d’Europa. Quando i primi giocatori italiani iniziarono a puntare su piattaforme straniere, all’inizio degli anni Duemila, non esisteva alcuna cornice giuridica nazionale: i bookmaker e esteri raccoglievano scommesse aggirando il sistema delle concessioni, e lo Stato si trovava a inseguire un fenomeno che cresceva fuori dal suo controllo. La svolta arrivò nel 2006, e da lì la normativa non ha più smesso di evolversi fino ad arrivare al giorno d’oggi dove il contesto dei giochi sul web, come ad esempio i casino online su gamerbrain.net, è altamente controllato da leggi ad hoc.

Il 2006 e la prima apertura

Il punto di partenza è il decreto Bersani, il decreto legge 223 del 2006 convertito nella legge 248 dello stesso anno. Per la prima volta l’Italia decise di regolamentare il gioco a distanza invece di limitarsi a vietarlo, aprendo il mercato agli operatori esteri e introducendo i cosiddetti giochi di abilità, gli skill game. L’idea di fondo era pragmatica: meglio canalizzare la domanda dentro un circuito legale, tassabile e monitorabile, piuttosto che lasciarla nelle mani di piattaforme clandestine. Nel dicembre 2006 il Gratta e Vinci approdò online, primo segnale concreto di un mercato che stava nascendo.

I risultati furono immediati sul piano erariale. Solo dall’assegnazione delle nuove concessioni lo Stato incassò circa 430 milioni di euro a fronte dei 140 previsti, con la partecipazione di centosessanta operatori e la creazione di una rete capillare di punti vendita. Il gioco online, però, restava ancora limitato a poche tipologie. Mancava il cuore del casinò.

Il 2011, l’anno della svolta

Il vero momento di nascita dei casinò online italiani è il 2011. Il decreto direttoriale dell’11 aprile 2011, numero 666, introdusse il poker in formula cash e i giochi da casinò. Fino a quel momento era stato possibile giocare a poker solo in modalità torneo, con una quota di iscrizione fissa. Dal luglio 2011, per la prima volta, gli italiani poterono sfidarsi mettendo in palio direttamente i propri soldi e accedere ai giochi tipici della sala da gioco in versione digitale.

Lo stesso anno portò altri due interventi decisivi. Il cosiddetto decreto di Ferragosto, il decreto legislativo 138 del 2011, liberalizzò ulteriormente il gioco online, mentre la legge 148 del 2011 conferì all’allora AAMS, oggi Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, una maggiore autonomia, con il potere di introdurre nuovi giochi, indire lotterie e modulare il prelievo erariale. In parallelo si rafforzò il divieto di partecipazione per i minori di diciotto anni, con sanzioni inasprite. Il quadro si completò nel dicembre 2012, quando anche le slot machine fecero il loro ingresso sul web, e con il decreto Balduzzi dello stesso anno, che riconobbe per la prima volta il gioco d’azzardo patologico come questione sanitaria e introdusse avvertenze sui rischi della dipendenza.

Il 2018 e il freno alla pubblicità

Per circa un decennio il settore crebbe con una regolamentazione orientata soprattutto all’espansione del mercato e alla riscossione delle imposte. La direzione cambiò nel 2018 con il decreto Dignità, il decreto legge 87 convertito nella legge 96 del 2018. L’articolo 9 introdusse un divieto pressoché totale di pubblicità e sponsorizzazione per i giochi con vincita in denaro, comprese le piattaforme online. Niente più spot, niente più magliette delle squadre di calcio con i marchi degli operatori, niente più cartellonistica. Nell’aprile 2019 l’AGCOM emanò le linee guida attuative, definendo nel dettaglio cosa fosse consentito e cosa no.

Fu un cambio di filosofia importante. Per la prima volta la tutela del giocatore, e in particolare dei soggetti più vulnerabili, veniva anteposta alla crescita commerciale del settore. Il divieto resta ancora oggi uno degli aspetti più discussi della normativa italiana, perché gli operatori legali lamentano la difficoltà di farsi riconoscere rispetto ai siti illegali, mentre le associazioni che si occupano di dipendenze ne difendono l’impianto.

Il riordino del 2024 e le concessioni da sette milioni

L’ultima grande trasformazione è la più recente e ha riscritto l’intero sistema concessorio. La legge delega sulla riforma fiscale, la legge 111 del 2023, ha delegato il governo a riordinare il settore partendo dal gioco a distanza. Il risultato è il decreto legislativo 41 del 2024, in vigore dal 4 aprile di quell’anno, che ha sostituito il vecchio mosaico di gare frammentate con una concessione unica valida per tutti i tipi di gioco online, della durata massima di nove anni e non rinnovabile.

La differenza più clamorosa riguarda il costo. La nuova concessione vale sette milioni di euro una tantum, da versare in due tranche, quattro milioni all’aggiudicazione e tre all’avvio operativo, contro i circa duecentomila euro del regime precedente. Una soglia che ha selezionato drasticamente il mercato. Sono stati introdotti requisiti più stringenti, dalla presenza sul mercato da almeno due anni alla sede nello Spazio Economico Europeo, fino a un fatturato minimo annuo di tre milioni di euro, oltre ai controlli antimafia e antiriciclaggio. È stato inoltre abolito il sistema delle skin, i siti secondari affiliati a un concessionario: oggi ogni concessione corrisponde a un solo sito ufficiale, e questo ha cancellato le oltre trecentocinquanta skin che popolavano il mercato italiano.

La gara si è chiusa nel 2025. A fronte di cinquantadue concessioni disponibili sono stati ammessi quarantasei operatori, contro i circa ottanta del sistema precedente. Lo Stato ha incassato circa trecentosessantaquattro milioni di euro dai soli canoni concessori. Le vecchie concessioni in proroga sono scadute il 12 novembre 2025, e dal 13 novembre è entrato in funzione il nuovo assetto, con attivazione obbligatoria entro il maggio 2026. Nello stesso anno l’Agenzia ha intensificato la lotta all’illegale, inibendo oltre mille siti non autorizzati, con un aumento netto rispetto agli anni precedenti.

Da un mercato di quantità a uno di selezione

Guardando l’intero percorso, la traiettoria è chiara. Si è partiti nel 2006 con una logica di apertura e di massima partecipazione, pensata per strappare il gioco al circuito clandestino e per generare gettito. Si è arrivati oggi a un modello opposto, fatto di pochi operatori, soglie d’ingresso altissime, un solo sito per concessione e controlli sempre più rigidi. In mezzo, il riconoscimento progressivo del costo sociale del gioco, dal decreto Balduzzi del 2012 al divieto di pubblicità del 2018. La domanda, intanto, non si è ridotta: il canale online continua a crescere. È cambiato il recinto dentro cui questa crescita può muoversi, diventato molto più stretto e molto più sorvegliato.