Riceviamo e pubblichiamo una nota di Gianluca Iannotta, cittadino di San Silvestro, nella quale esprime la propria preoccupazione per la prolungata assenza di illuminazione pubblica nella frazione di Sant’Agata de’ Goti:
“Da oltre quattro giorni la frazione San Silvestro, nel Comune di Sant’Agata de’ Goti, è completamente priva di illuminazione pubblica. Una situazione grave, non solo per il disagio evidente, ma anche e soprattutto per i rischi che comporta in termini di sicurezza per pedoni, automobilisti e residenti.
La segnalazione, fatta pubblicamente dal sottoscritto con toni civili e documentata da materiale fotografico, è stata bloccata e mai pubblicata nel gruppo Facebook “Sei di Sant’Agata se…”, che conta oltre 7.000 iscritti e rappresenta di fatto una delle principali piazze digitali del territorio.
Questa censura, avvenuta senza alcuna spiegazione, è un fatto che ritengo gravissimo. Un gruppo che si propone di essere rappresentativo della cittadinanza non può trasformarsi in uno strumento di controllo e filtraggio delle voci scomode, né può essere gestito secondo logiche politiche o simpatie personali.
Chi decide cosa può o non può essere pubblicato in base alla persona che scrive – e non alla veridicità del contenuto – sta facendo un danno alla comunità tutta, non solo al singolo cittadino.
Il problema dell’illuminazione pubblica – ancora irrisolto da giorni – è un fatto oggettivo. Nessuno mette in discussione l’impegno di singoli amministratori che si stanno adoperando per risolvere, ma è altrettanto vero che la manutenzione ordinaria non è un favore: è un dovere istituzionale. E segnalare un disagio non significa mancare di rispetto, significa chiedere rispetto per chi lo subisce.
Per queste ragioni, nella giornata odierna provvederò a:
- Protocollare ufficialmente la segnalazione al Comune di Sant’Agata de’ Goti (BN);
- Trasmettere documentazione e foto ai principali organi di stampa locali e regionali, affinché i cittadini siano informati su quanto sta accadendo.
Chi ha responsabilità pubbliche ha il dovere di ascoltare, non di oscurare. Chi gestisce canali “pubblici” in nome del paese ha il dovere di essere imparziale. E chi si indigna per una segnalazione invece di indignarsi per una frazione al buio da giorni, forse dovrebbe riflettere su quali siano le vere priorità.
La voce dei cittadini non si spegne. Né con un tasto, né con il silenzio. Io continuerò a parlare, pubblicamente, ogni volta che servirà. Non per polemica, ma per coscienza civica”.
Dai vicoli di Napoli al cuore dell’Italia meridionale, Sally Cangiano continua a raccontare storie con una chitarra e una voce che sanno di radici, memoria e poesia. Cantastorie contemporaneo, autore raffinato, interprete dell’anima popolare: lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua musica, la sua visione del mondo e le sue battaglie culturali.
Di seguito le sue parole ai microfoni di BeneventoNews24.it.
Il tuo ultimo disco è “Quanta strada” dell’anno 2024, cosa c’è di te in questo lavoro? “Praticamente c’è tutto, è stato il primo album interamente cantautorato, tranne un pezzo che è una cover di “Napoli centrale”, per onorare il cantautorato della musica napoletana, gli altri sono tutti brani che ho scritto io nel tempo. In essi ci sono le mie emozioni, le mie esperienze che riguardano il mio universo”.
Il tuo pezzo “Rosa”, hai dichiarato, che è molto importante per te, perché? “Importante perché racchiude un nome di donna, ma soprattutto una moltitudine di donne che ho potuto conoscere facendo il musicoterapista”.
Dove hai fatto musicoterapia? “In centri per l’obesità, in dipartimenti di salute mentale, quindi ho potuto conoscere le problematiche psichiatriche. In realtà però sono rimasto molto colpito da una ragazza di Piedimonte Matese, il mio paese, che faceva lunghi tratti di strada a piedi e, vedendomi, non chiedeva pochi spiccioli per comprarsi da mangiare, ma voleva dare a me qualche soldo perché, diceva che mi vedeva “tropp sicc” e poi mi dedicava alcune poesie che aveva su un quaderno. Il suo ricordo mi è rimasto dentro insieme alla sofferenza psichiatrica che ho poi conosciuto. Credo che tutti noi abbiamo vissuto momenti di sofferenza personale, per cui credo un po’ di Rosa ci sia in tutti noi”.
Rosa, dunque, è un personaggio di tua invenzione o è qualcuno che hai davvero incontrato? “In realtà mi ha ispirato la ragazza di Piedimonte, che però si chiamava Annamaria”.
Perché allora l’hai chiamata Rosa? “In realtà la canzone è nata dal pensiero di una rosa, poi stravolto perché ho immaginato questa rosa cresciuta in un terreno non buono, dunque ho immaginato si sentisse sola, che non trova pace, senza un giardino vero, incurata e sola, alla mercè di chiunque, dunque debole e fragile. E dunque “Rosa” la canzone”.
La musica del brano scivola dalla storia di una donna sfortunata, alla malinconia di chi cerca di difendersi da un mondo crudele. Cosa ti ha spinto a scegliere un personaggio simile? “Ho sempre scritto di persone che vivevano di problemi particolari, nel 2022 ho vinto il premio della critica al Festival di Napoli con il brano “Terè”, storia inverosimile dove un uomo che aveva maltrattato questa donna, improvvisamente rinsaviva e le chiede scusa e le chiede di andare via da lui. Storie inverosimili che però, nel caso di “Rosa” è senza un riscontro di altre persone vicine a lei, ho fatto solo da narratore di quello che uno può vedere, non scevro da emozioni, perché lei è come l’ho vista e soprattutto vedevo il fatto che lei stessa si qualificava “disgraziata, misera e fetente”. Come l’avevano poi qualificata nel tempo e lei sentiva essere davvero tale”.
La “Rosa” di cui canti, vive in un manicomio, luogo di antica custodia di persone considerate pericolose a sé o agli altri, o che rappresentano “pubblico scandalo”. Cosa c’è di lei in ognuno di noi, tanto da parlarne in un brano musicale? “Il manicomio è per me un luogo da vedere come restrizione in generale. Secondo me, oggi tutti noi viviamo in una finta libertà, siamo tutti controllati, dove l’apparenza conta più della sostanza, dunque siamo sempre meno liberi, questo vuol dire che c’è un po’ di Rosa in ognuno di noi. Siamo “Rosa” soprattutto nella voglia di libertà, di andare controcorrente, c’è “Rosa” non solo nella voglia di libertà, ma anche nella fragilità mentale che spesso ci accompagna in questo tentativo, perché ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha temuto di “uscire fuori di testa” nel tentativo di liberarci dalla gabbia nella quale ci siamo sentiti soffocare”.
C’è chi allontana queste persone perché non vuole seccature, non vuole pensieri molesti, cosa ne pensi? “Rosa è la rappresentazione adulta del bullismo, Rosa è una bullizzata, una donna che chiamano “disgraziata, misera e fetente”, è una bullizzata dalla società. Io ho vissuto un’esperienza simile perché da ragazzino ero obeso e mi rifiutavano, dunque so che vuol dire essere bullizzati. Nel caso di “Rosa” il bullismo è peggiore perché è fatto su una persona che non è capace di difendersi, dunque è cattiveria pura”.
Può la musica, secondo te, essere valido strumento di denuncia di tanta insensibilità verso un proprio simile, anche se “diverso”? “La musica ha un potere veicolante diverso dal canale verbale, quest’ultimo riesce a raggiungere meno persone, la musica invece riesce ad esaltare, con una cornice musicale, la fotografia di una situazione. Il testo di una canzone è una foto e la musica può dare importanza e rilievo ad un qualcosa che, senza quella cornice, impedisce di guardare il quadro per un tempo sufficiente”.
La tua musica è prevalentemente in vernacolo napoletano, credi che tale dialetto sia strumento più forte dell’italiano per arrivare al cuore ed ai sentimenti? “In realtà, io mi sono accorto che quando parlo in italiano, traduco dal napoletano, paradossalmente io penso in napoletano e traduco in italiano, dunque le mie canzoni, senza raggiungere il livello della traduzione, si fermano all’immediatezza delle emozioni”.
Il dialetto è allora per te più forte della lingua italiana per comunicare qualcosa di fortemente emozionale? “E’ più forte perché si ferma prima dell’ulteriore passo cognitivo della traduzione, alcune parole del dialetto hanno infatti una forza ed una potenza che non ha la lingua italiana, alcune parole del dialetto, hanno una forza, un significato ed una potenza intraducibile in italiano. Ad esempio, la parola “fetente”, in italiano è persona sgradevole, nel dialetto, è molto di più forte che in italiano, vuol dire “abbandonata”, lasciata a marcire”.
Il brano, dolce e potente, nel suo andamento, è intimo ed allo stesso tempo strumento di forte denuncia dei problemi dei più fragili, le note sono quasi parole al mondo. Come è nata questa canzone? “La canzone è nata da una successione di accordi apparentemente usuali, ma se analizzata con attenzione, come “Rosa” ha degli attimi di follia, la musica è come la persona, essa rappresenta perfettamente l’attimo folle di “Rosa”, quasi un camminare tra momenti di follia e realtà. Le mie canzoni nascono in contemporaneità di musiche e parole. Quando nascono in me gli accordi e la melodia, automaticamente nascono con essa le parole, che vanno limate, ed ecco che ho pensato a questa rosa in un giardino inesistente ed incolto e, nello stesso tempo il mio cervello è andato costruendo, in parallelismo, la vita umana di chi viene rifiutato e messo ai margini. Quasi a paragonare una rosa fiore, ad una rosa umana”.
Il videoclip del brano “Rosa” è stato realizzato, oltre che con voce e chitarra di Sally Cangiano, anche dai seguenti professionisti: Pino Mazzarano (Chitarra elettrica e arrangiamenti); Peppe Fortunato (piano e tastiere); Pierpaolo Giandomenico (basso); Felice di Turi (batteria); Giuseppe Iadonisi (regia); Francesco Iadonisi (aiuto regia); Alfonsina Landolfi nel ruolo di Rosa; Roberta Civitillo (trucco); Location: palazzo Filangieri di Yvonne Filangieri in San Potito Sannitico.