Ferrara (FI) al CES 2025: “Promuovere la Guida Autonoma e l’Innovazione per un Futuro migliore”

Ferrara (FI) al CES 2025: “Promuovere la Guida Autonoma e l’Innovazione per un Futuro migliore”

Politica

Maurizio Ferrara, responsabile provinciale per il Made in Italy ed il commercio estero di Forza Italia, si trova al CES 2025 di Las Vegas, il più grande evento mondiale dedicato alla tecnologia e all’innovazione.

La sua missione – si legge nella nota – è chiara: promuovere la guida autonoma e sostenere progetti d’avanguardia che possono trasformare il futuro della mobilità, prendendo ispirazione da progetti già avviati nella regione tedesca del Landkreis Kelheim.

Kelheim – si continua nella nota – è diventato un punto di riferimento europeo per lo sviluppo della guida autonoma, grazie a investimenti mirati e alla collaborazione tra istituzioni pubbliche e aziende private. La regione ha lanciato progetti pilota che stanno dimostrando come la tecnologia possa migliorare la qualità della vita, ridurre le emissioni e rendere il trasporto più sicuro ed efficiente.

“Kelheim rappresenta un esempio concreto di come l’innovazione tecnologica possa essere integrata in un territorio, – afferma Ferrara – portando benefici non solo economici, ma anche sociali e ambientali. L’obiettivo è replicare questo modello virtuoso in Italia, creando nuove opportunità per le imprese e promuovendo il nostro Made in Italy nel settore della mobilità avanzata”.

Il CES 2025 è una piattaforma strategica per costruire nuove collaborazioni internazionali. L’Italia, con la sua tradizione manifatturiera e ingegneristica, può giocare un ruolo di primo piano in questa rivoluzione.

“Abbiamo le competenze, le risorse e la creatività per essere leader in questo settore. È fondamentale – conclude Maurizio Ferrara – aprirsi alle best practice internazionali e adattarle al nostro contesto nazionale”.

Ferrara continuerà la sua attività di networking durante tutto l’evento, partecipando a panel e incontri con le principali aziende del settore tecnologico e automotive. “L’obiettivo è creare ponti tra Italia e le realtà più innovative, consolidando il ruolo del nostro Paese nel panorama della mobilità del futuro”.

Giovani, valori e futuro: le riflessioni del prof Nicola Sguera

Giovani, valori e futuro: le riflessioni del prof Nicola Sguera

AttualitàBenevento Città

“Prendo spunto – scrive il professor Nicola Sguera – da alcune parole pronunziate (mi affido, ovviamente, a quanto ho letto) qualche mese fa dal nuovo Questore di Benevento, il dott. Giovanni Nunzio Trabunella, cui faccio sinceramente i migliori auguri per l’adempimento del suo compito complesso.

Tali parole, che evidentemente hanno continuato come un tarlo a scavare in me se sento il bisogno di commentarle, le considero esemplificative di un sentire comune, che istintivamente ci trova tutti d’accordo ma esse, forse, meritano di essere pensate. Il contributo che posso dare proviene esclusivamente dalla pratica quotidiana che da circa trent’anni ho con gli adolescenti.

Il Questore ha detto: «Occorre allontanarli [i giovani] dal culto performante dell’Io inculcando loro invece il culto per la morale, l’educazione, i valori». Esiste, dunque, un “culto performante dell’Io”. E su questo come non essere d’accordo? Come non pensare alle memorabili pagine di Christopher Lasch (“La cultura del narcisismo”), uno degli intellettuali più lucidi nel vedere trent’anni fa quello che stava succedendo?

Ma, chiedo, se bisogna allontanarli qualcuno li avrà avvicinati a tale “culto” di un Io irrelato, disconnesso dall’Altro, tutto proteso a “sacrificare” a tale idolo pur di nutrirlo e accrescerlo? O loro stessi, autonomamente, si sono avvicinati? Io ritengo che il problema sia sistemico.

I giovani, «la nostra speranza per il futuro», sin dalla più tenera età vengono stimolati ad essere “performanti” (una delle tante parole-mantra dell’epoca che viviamo). Oserei dire (e ripenso alla scena di un film agghiacciante, che andrebbe fatto vedere nelle scuole: “Educazione fisica”) sin dalle recite scolastiche, sin dalle scuole calcio, sin dai corsi di inglese, sin dalle giornate fitte di impegni e dalle richieste pressanti delle famiglie. Il contesto è il “contest”. E i test… non finiscono mai.

Con un gioco di parole potremmo dire che la loro vita è tutta contest e con test. Certo, so bene (sono padre di un’adolescente) che a muovere i genitori è il desiderio di garantire ai propri figli benessere e agio in un mondo assai difficile. Allora, mi dico e chiedo, come è possibile da una parte, come fa il Questore, evocare la morale (quale però?), l’educazione (quale però?), i valori (quali però?), e dall’altra accettare che il mondo plasmi i nostri figli con la sua immoralità, la sua ignoranza, i suoi disvalori?

Insomma, la famiglia e la scuola possono farsi carico della titanica opera di affermare «il cuore in un mondo senza cuore»? Non si vocano i poveri adolescenti, cresciuti con pubblicità che li invitano ad avere corpi perfetti ma anche a mangiare continuamente, ad avere macchine meravigliose (e assai costose) ed essere curatissimi e perfetti nelle dentature, nei capelli, nel vestiario, non si vocano, dicevo, ad una inevitabile schizofrenia, chiedendo loro, nel contempo, di essere morigerati, altruisti, dediti al lavoro come valore in sé (faccio solo degli esempi)?

D’altronde, la scuola stessa (dove centrale è divenuta un’altra parola-mantra dell’epoca: merito, a partire dall’onomastica del Ministero di riferimento) è essa stessa divenuta, a partire dagli anni Ottanta e sempre più rapidamente, espressione di quello che in psicologia viene chiamato “legame doppio”. E come potrebbe essere diversamente se, cancellando lentamente (secondo l’aureo modello della “rana bollita”, per evitare resistenze), attraverso riforme (senza colore politico, puramente “tecniche”, dunque tecnocratiche) periodiche, l’idea di educazione che si era affermata nell’ultimo grande ciclo “critico” in Occidente (gli anni Sessanta), la si è sostituita (su indicazione dei pensatoi europei: penso al “Libro bianco” del cattolico-socialista Delors, scomparso da poco) con una scuola al servizio (letteralmente!) del lavoro, la cui “mission” (parola-mantra!) è produrre (letteralmente) lavoratori flessibili (anche con competenze molto alte) e consumatori passivi e soddisfatti (non felici!) in un “mundus furiosus” (Delors prevedeva, da grande intellettuale e politico quale era indubbiamente, un’Europa unita che competesse con altre super-potenze economiche globali). Come mirabilmente racconta Carlo Galli nel suo ultimo, straordinario libro (“Democrazia, ultimo atto?”, Einaudi, 2023), dagli anni Ottanta si sono intrecciate la globalizzazione economica e una nuova forma di democrazia (neoliberista): una vera e propria “religione” fondata sul denaro, i cui templi sono state le banche e le borse. Questo mondo è entrato in crisi (guerre, crisi economica, epidemie, come nel XIV secolo in Europa). Siamo entrati in “terra incognita”.

So bene che la mia analisi può apparire sconfortante. E non cerco alibi. Come educatore ogni giorno mi gioco la mia credibilità prima con ciò che sono, poi con quel che faccio, infine con quel che dico (Romano Guardini). Lo faccio davanti a ragazzi che, comunque, cercano adulti responsabili e parole gravide di senso. Ma so anche, e lo dico ai miei colleghi e a tutte le madri e i padri, che non basta. Perché la pressione del mondo intorno, avido di denaro e di successo, di posizioni apicali e di potere, è troppo forte.

Fino a quando la realtà in cui i ragazzi vivono resterà tale noi potremo poco, pochissimo. Anch’io ho creduto per molto tempo, con Edgar Morin, che la scuola potesse essere il punto d’inizio di una trasformazione del mondo o che fosse, quanto meno, la riserva in cui custodire il bello, il buono, il vero. Non lo credo più. La scuola è parte di questo sistema “malato”, malgrado la commovente dedizione di tanti docenti. Sarà il realismo della maturità.

In ogni caso, sono giunto alla conclusione che, senza una revisione complessiva dell’insieme di cui tutti, vecchi, adulti e giovani, siamo parte, ogni strategia “educativa” sia destinata al fallimento, perché confliggente con lo “spirito dell’epoca” (“Zeitgeist”). So anche che ogni educazione (ce lo ricorda la particella “ex” contenuta nel verbo) dovrebbe essere un “tirar fuori” più che un mettere “dentro” (inculcare). I ragazzi non possono essere vasi da riempire (fosse anche di “valori”). E sostituire un culto (quello dell’Io) con un altro culto (quello per i “valori”, ad esempio) potrebbe essere una toppa peggiore del buco. Il compito della scuola dovrebbe essere (ma come spiegarlo ai tecnocrati che la guidano da trent’anni circa, per lo più “banali” esecutori di direttiva calate dall’alto?) quello di nutrire spiriti critici e autonomi (un ideale kantiano), cittadini consapevoli e attivi nello spazio pubblico (un ideale democratico e repubblicano).

Da questo punto di vista, dunque, non posso che rivendicare con orgoglio un risultato inatteso e in controtendenza rispetto al resto della Penisola: l’altissimo numero di iscritti nel Liceo Classico in cui ho l’onore di insegnare, lo stesso in cui hanno educato al pensiero critico e al rigore personalità come Gianni Vergineo o Mario De Agostini. Il Classico, che a molti stolti sembra un cascame d’altri tempi, nella sua non orgogliosa ma fiera rivendicazione del sapere umanistico, della ragione dialettica, dell’“inutile” sovranamente prezioso, mi pare uno degli ultimi baluardi contro la deriva che ho cercato di descrivere.

Insomma, per dirla con uno slogan, essere “dentro e contro”: dentro un organismo nei cui interstizi si custodiscono possibilità che fanno sperare e ci inducono all’ottimismo della volontà, contro una struttura burocratica asservita a ragioni altre dall’educare (retta da una razionalità economica e strumentale).

I sistemi di intelligenza artificiale nuovi dèi?

I sistemi di intelligenza artificiale nuovi dèi?

AttualitàDall'Italia
Riflessioni e provocazioni in merito a nuove tecnologie, società, scuola e futuro.

Ormai il tema dell’intelligenza artificiale è di assoluta attualità e se ne discute un po’ ovunque con posizioni spesso di opposta visione.

Si va dai fan più appassionati, a coloro i quali vedono la cosiddetta AI (nella dizione inglese di Artificial Intelligence) un pericolo incombente sul nostro presente e, a maggior ragione, sul futuro.

Come spesso accade, sono specifici elementi che danno, in un processo graduale, una svolta che rappresenta un vero e proprio tsunami. In questo ambito l’onda anomala è stata di certo rappresentata dall’applicazione ChatGPT, ormai nota ai più.

È di questi giorni la notizia che in Italia l’accesso a questo sistema di conversazione, solo apparentemente omnisciente, è stato bloccato a causa di presunti problemi di privacy. Al di là del fatto che per superare questo blocco è sufficiente un qualsiasi sistema software noto come VPN che fa risultare la nostra connessione provenire da un altro paese, credo che il problema vero sul quale interrogarsi sia da ricercarsi ben oltre la questione legata al GDPR (il regolamento generale sulla protezione dei dati).

Ad esempio, ci si potrebbe meglio interrogare sulla richiesta di migliaia di firmatari, tra cui spiccano i nomi di Elon Musk e Steve Wozniak, di una lettera in cui si chiede un periodo di riflessione di 6 mesi sull’evoluzione dei sistemi di intelligenza artificiale per definire delle linee guida che ne consentano uno sviluppo controllato e sicuro (https://futureoflife.org/open-letter/pause-giant-ai-experiments/).

Indipendentemente dalla specifica opinione che si possa avere sull’opportunità e sulle reali motivazioni dei principali firmatari della lettera in questione, credo che essa abbia il merito di porre l’accento sull’importanza di partecipare attivamente al dialogo sull’evoluzione dei sistemi tecnologi moderni non lasciando ai soli tecnici il ruolo attivo in questa ennesima rivoluzione.

A tal proposito, mi riferisco anche a quanto già scritto in merito alla necessità di un nuovo umanesimo digitale in cui le problematiche degli esseri umani siano messe al centro di un’evoluzione etica delle tecnologie che possano così evitare squilibri sociali irreparabili.

L’immagine metaforica è forte: milioni di persone, poi miliardi, che si rivolgono dal chiuso delle loro stanze e uffici a questi nuovi dèi che hanno la capacità di ascoltare contemporaneamente tutti i “fedeli” donando loro dati e informazioni per gli scopi più disparati. Se pensiamo a quanto le religioni possano essere motore di sconvolgimenti sociali straordinari forse può diventare più chiara la direzione che si potrebbe intraprendere.

Sono tra i primi a dire che a ogni rivoluzione industriale ci sia un mutamento degli equilibri nelle tipologie di lavoro e che quindi di sicuro ci saranno nuovi lavori che sostituiranno i vecchi: per intenderci, zappa e trattore e via discorrendo.

Ma siamo sicuri che sarà sempre così in tema di ordini di grandezza? Faccio notare come queste tecnologie vengano definite esponenziali e come esse lo siano nel senso matematico del temine.

Siamo pronti davvero ad affrontare l’affiancamento prima e la sostituzione poi, con percentuali alte come mai prima, di contabili, avvocati, ingegneri, giornalisti, solo per citare alcune delle professioni che sono “messe a rischio” dai nuovi sistemi di intelligenza artificiale? Siamo disposti a cedere per profitto le nostre vite a questi nuovi dèi? Ovviamente, la mia è una provocazione che va nella direzione della cosiddetta singolarità tecnologica, evento che immagina una supremazia della tecnologia stessa nei confronti dell’uomo.

Tuttavia, molto più pragmaticamente, quanto stiamo già ipotecando sul nostro futuro quando i nostri studenti, piuttosto che la preghiera tradizionale fatta per avere un buon voto a un’interrogazione, chiedono l’aiuto del nuovo dio digitale tanto a loro vicino da preparare immediatamente un compito per casa in maniera fondamentalmente incontrollata?

Ancora una volta, l’attenzione è così rivolta ai contesti formativi che coinvolgono sempre di più studenti e docenti ma anche l’intera società, assolutamente non pronta a gestire improvvise apparizioni sui social di un papa che indossa un piumino bianco costosissimo. Ma, infine e in somma sintesi, la possibilità di poter sfruttare una tecnologia straordinaria che potrebbe migliorare il nostro intero mondo e modo di vivere se solo ne sapremo produrre e cogliere i frutti senza un’insensata caccia alle streghe del nuovo millennio.

di Carlo Mazzone

Elezioni politiche 2022, perché l’Italia va a destra

Elezioni politiche 2022, perché l’Italia va a destra

AttualitàPolitica

Si sono appena concluse le elezioni politiche del 25/09/2022, il popolo italiano, seppur con un’affluenza al voto minore di sempre, si parla di un 10% in meno del numero degli elettori, ha scelto di essere guidato dallo schieramento di destra del nostro Parlamento riconoscendo, nel contempo, a Fdi di Giorgia Meloni il diritto di guidare il partito con il maggior numero di voti.

Giorgia Meloni

E’ necessario, a nostro avviso, riconoscere che ai seggi si è votato il passato, il futuro non rassicura, ciò che è stato tranquillizza perché è conosciuto e non promette cambiamenti, anzi ribadisce valori accertati dalla tradizione e rasserena.

Il mondo che è stato parla di ricordi, a volte non buoni, ma conosciuti e gestibili, almeno così si pensa.

Il futuro è sempre incerto, scardina le abitudini, il tran tran quotidiano, pretende di introdurre comportamenti nuovi e perciò rischiosi.

Eppure il passato dovrebbe insegnare a non ripetere gli errori già fatti, a provare a cambiare la nostra vita nella direzione di principi più alti di quelli che ci hanno guidato nel tempo andato. E invece no, chiudiamo la porta a possibili e sconosciute novità, che importa se possono essere buone o democratiche, rimaniamo a galleggiare nelle nostre certezze pericolose, ma conosciute.

E’ rassicurante la voce di chi dice che vuole proteggerci e difenderci ….ma da cosa? Da un futuro che in ogni modo, a dispetto di tutto e di tutti, comunque procede verso obiettivi nuovi e diversi da quelli tradizionali?

In maniera troppo ingenua e pregiudiziale si dimentica che il futuro non si può fermare, né impedire che proceda verso lidi diversi da quelli tradizionalmente conosciuti.

Il passato suo malgrado, dovrà fare i conti con la voglia di nuovo nel mondo ed anche nel nostro paese, con l’insofferenza verso schemi mentali superati da una realtà che pretende di rinnovare quei modelli, perché ci sono esigenze nuove, bisogni umani nuovi, necessità di diritti negati che reclamano di esistere e che nessuna legge, seppure votata da un Parlamento, può impedire che si affermino.

Forse il nuovo, che si vuole incarnato da una politica contraria a quella della destra, non ha la forza giusta per promettere quelle certezze cui siamo abituati anche per il domani, oscilla tra innovare e conservare per non essere travolto dal timore di non essere capito e seguito, immagina un futuro diverso mantenendo un profilo troppo basso per essere credibile, o, più semplicemente, non sa rinunciare a personalismi in nome di un comune obiettivo.

In fondo ci chiediamo cosa sono la destra e la sinistra? In merito ci ritorna in mente il ritornello della canzone di Gaber in cui si afferma : “Tutti noi ce la prendiamo con la storia, ma io dico che la colpa è nostra, è evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra e destra”.

Vero, in fondo si è perso il senso della diversità e gli obiettivi delle due ideologie, sembra che tutto possa essere unificato in nome di un presunto diritto al benessere personale, il resto, come i bisogni di tanti, i diritti all’esistenza e alla pace, sono concetti astratti e superabili, purché a ciascuno non manchi ciò a cui è da sempre abituato.  

D’altra parte siamo il paese degli innamoramenti politici: Berlusconi, ProdiRenzi, 5stelle, Salvini, Meloni,  ma, è bene ricordarlo,  anche dei disinnamoramenti altrettanto veloci.

Tanti i politici che, sulla cresta dell’onda, sembravano dover durare per un tempo indefinito e sono poi scomparsi o ridimensionati a livello di marionette senz’anima. Ovviamente molto dipende dalla capacità di chi governa di rispondere alle esigenze del proprio popolo, ma la storia ci insegna, per citare Andreotti, che se è vero che ” il potere logora chi non ce l’ha“, lo stesso potere illude e troppo spesso delude chi lo ha raggiunto e chi lo ha creato.

E’ giusto e necessario dunque aspettare per stare a vedere chi saprà fare e chi saprà contrastare eventuali scelte inaccettabili .

Per il momento la voce democratica del popolo italiano ha parlato, ha scelto il passato come rimedio alla crisi economica e sociale in cui stiamo vivendo, legittimamente ha deciso di non rischiare, ora non ci resta che aspettare e vedere come si muoverà il nuovo Parlamento, quanto durerà quest’ultimo e l’innamoramento che lo ha generato e soprattutto che, nel frattempo, non ci siano scelte pericolosamente retrive o, addirittura, fuori del nostro tempo.